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<title>ControCampo</title><link>http://www.elog.it/controcampo/</link>
<description>ControCampo</description><language>it</language>
<item>
	<title><![CDATA[Sei pronto?                                                                                                                                                                                                                                                                                                 ]]></title>
        <description><![CDATA[

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">“Sei pronto? Ti sei preparato almeno un po’?”, mi fa quello con gli occhiali. Un avvertimento più che una domanda, una cosa del tipo “io so di cosa parlo perch&eacute; ci sono passato…”. Rimango un attimo perplesso. Poi il Mauri passa rapido dalla proposta all’azione: mi indica la direzione da seguire e mi fa strada;<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>in fondo al grande atrio, prima porta a destra. Il Mauri è il direttore di questa struttura – centro geriatrico polifunzionale - e gira come il nocchiero sul ponte della propria nave: passo sicuro e lingua sciolta, conosce tutti gli operatori sanitari per nome e quando li incontra ha una battuta per ciascuno. E’ con questa sicurezza che mi fa strada in uno dei <i style="mso-bidi-font-style: normal">suoi</i> reparti “speciali”: quello delle persone in stato vegetativo e per malati di SLA: sclerosi laterale amiotrofica, o anche morbo di Lou Gehrig (dal nome del giocatore statunitense di baseball che fu la prima vittima accertata di questa patologia). 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Il Mauri entra in queste stanze da uno, due o tre letti con la consueta sicurezza e apprendo al volo che non solo conosce ad uno ad uno i suoi operatori, ma anche le persone che ospita: una cosa tutt’altro che scontata. Saluta il primo ospite, disteso in questo letto supertecnologico, circondato da macchine, monitor e computer. E’ giovane, non so se arriva ai quarant’anni, non muove un dito ed è attaccato al respiratore; il suo unico canale di comunicazione è, appunto, un pc che compulsa con gli occhi: internet, ma anche i messaggi quotidiani per coloro che lo assistono: ho fame, ho sete, sono stanco, ciao. “Allora come va? Sei su internet, eh? Musica… stai cercando le parole delle canzoni…” fa il Mauri. Quello che mi colpisce di più, in questo primo scambio è l’assenza di qualsiasi <i style="mso-bidi-font-style: normal">feedback</i>; il direttore parla, io saluto, ma il giovane a letto può solo socchiudere gli occhi; nessun cenno che mi dica che cosa abbia mosso dentro di lui questa nostra irruzione, questo mio imbarazzato saluto. Mi viene in mente il primo assioma della comunicazione – “non si può non comunicare” – e penso che forse ci sono posti o momenti in cui questa legge non è poi così <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>vera. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ma il giro è per forza di cose veloce e non c’è il tempo di fermarci, entriamo in un’altra camera con due persone anziane nei loro letti: la scena è la stessa, il Mauri che parla diretto e cortese con le due donne e il mio saluto che rimane appeso lì, senza risposta. Tra una stanza e l’altra il direttore mi fa luce sulla vita qua dentro: la storia di qualche paziente, i parenti, la supervisione di una psicologa che conosco, il rischio di <i style="mso-bidi-font-style: normal">burn out</i> degli operatori. Schegge di un universo così lontano dalla nostra vita quotidiana che ritrovarmi, poco dopo, nel pieno sole del cortile è un piccolo shock. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Mi dirigo verso l’auto e penso alla vita di queste persone inchiodate a un<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>letto e, ancora prima, bloccate nei propri corpi. E’ il mio ultimo pomeriggio di lavoro e il contrasto con questa vigilia di partenze è impietoso. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Apro l’auto e poi mi volto a guardare questo bel parco; nella mente la domanda del signore con gli occhiali: “sei pronto?”. E’ una domanda che ora suona come un privilegio, premessa e promessa di un cambiamento di stato, di un moto da luogo a luogo: chissà da quanto tempo non lo chiedono più alle persone che ho visto oggi… 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Sto qui fermo come un cretino e mi viene in mente una raffica di parole che iniziano con “sla”: slatentizzare, slavare, slacciare, slavina. Tutti vocaboli che implacabili significano movimento, cambiamento. Tutti tranne slavo. Da schiavo, non libero. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">E’ ora di andare. Sei pronto? 
		<o:p></o:p></span></p>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=158]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=158</guid>
	<dc:date>2010-8-30T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Come se venissi da marte                                                                                                                                                                                                                                                                                    ]]></title>
        <description><![CDATA[

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Si respira aria di rimpatriata: pacche sulle spalle, sorrisi, abbracci. “Come stai?”. Pare la riunione di un gruppo che ha trascorso insieme le vacanze estive e ora si ritrova, in una serata di tardo settembre, a vedere le foto, a ripassare per qualche ora le emozioni e le impressioni di quei quindici giorni. “Ti ricordi?”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">E invece no: attorno a questo tavolo si&nbsp;riuniscono per la prima volta, tutti insieme, dopo aver finito il percorso terapeutico ad Azimuth, il <i style="mso-bidi-font-style: normal">loro</i> centro diurno.<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>Ex tossicodipendenti, dice l’etichetta; sei giovani uomini e donne che hanno attraversato una vicenda umana tutta particolare e ora sono stati chiamati a raccontarsi. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Alberto conduce il gruppo ed è bravo a mettere tutti a proprio agio; il primo esercizio, quello di riscaldamento, conferma un poco quest’aria da villaggio vacanze: ciascuno viene&nbsp;invitato a scegliere un animale o un vegetale che rappresenti Azimuth e il percorso di cambiamento vissuto qui nel corso di un anno e passa: <em>chiudi gli occhi, rilassati per un paio di minuti e concentrati su queste quattro mura e sulle giornate che hai trascorso qui: cosa vedi? 
			<o:p></o:p></em></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ed ecco apparire boschi verdi, leonesse pazienti che sanno aspettare ma&nbsp;soprattutto proteggere, aquile indipendenti che si alzano in volo con le proprie forze, cavalli che vanno accuditi con impegno e guidati con perizia, giraffe scelte per la loro postura dritta, la testa alta, fiera. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Dalle immagini al racconto di s&eacute; il passo è breve: il clima rimane rilassato, ma le parole si fanno impegnative, difficili. Cominciano a delinearsi cammini di&nbsp;cambiamento iniziati quasi per caso o, al contrario, perchè costretti in una cella carceraria, o per una ferrea volontà di uscire fuori dai casini. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Alberto usa un’espressione che finisce per caratterizzare un po’ tutto il confronto: “parlatemi come se venissi da un altro pianeta”, intendendo dire: sono un operatore sociale, ne ho sentite e viste tante, ma voi fate finta che io non ne sappia niente e cercate di farmi capire il più possibile. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ecco allora che si entra nel vivo: Elisa racconta dell’anno che ha passato tappata in casa per non ritornare alla cocaina e all’alcol, dodici mesi nel corso dei quali usciva solo scortata dai suoi: niente soldi, le chiavi della macchina nascoste per evitare qualsiasi tentazione. Samuel e Alessio usano le parole più profonde e nere: il dolore che deriva dallo smontare pezzo a pezzo le proprie certezze, i sensi di colpa, i rimorsi,<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>le “vergogne”. “Uscivo dalla riunione col gruppo e tremavo”, “In gruppo venivano fuori cose che non direi neanche a mia sorella”, “Finiva la seduta di arte terapia ed eravamo lì in tre o quattro a piangere come fontane”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ma poi ci sono i risultati: a mano a mano che si prende distanza dalle sostanze si riscopre il piacere di risentire le emozioni, si impara a concedersi il tempo necessario, ritornano a galla passioni e interessi messi in ombra dalle droghe e dagli sbattimenti per ottenerle. Infine l’autonomia: "<em>vedere quelli pippati e non sentire niente: bellissimo!".</em></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Sono racconti che tutti crediamo di sapere già, rappresentati al cinema o sentiti raccontare al telegiornale. Filtrati dalla facile retorica del tunnel o del toccare il fondo per poi risalire. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Eppure, se ci pensiamo bene, la distanza che ci separa da queste storie, da queste “vergogne” e da queste risalite è molto più di quella che c’immaginiamo in prima battuta. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Se ne può avere un’idea, certo. Ma <i style="mso-bidi-font-style: normal">sapere</i> non basta. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Almeno per me, ha davvero ragione Alberto: è come se venissimo da Marte. 
		<o:p></o:p></span></p>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=157]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=157</guid>
	<dc:date>2010-7-15T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Arrivederci Marinù                                                                                                                                                                                                                                                                                          ]]></title>
        <description><![CDATA[

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Quando qualcuno non c’è più, la retorica s’apposta dietro l’angolo. Sta lì. E aspetta che ci mettiamo davanti al foglio bianco, o che saliamo a parlare di fronte agli altri. Poi comincia a lavorare. 
		<o:p></o:p></span></p>

<div class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">E’ un rischio che intendo correre, adesso, ricordando Marinù, assistente sociale di lungo corso ma dalla vita troppo breve, portata via da un infarto neanche raggiunti i cinquant’anni. Più di vent’anni passati in<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>un servizio pubblico di quelli di frontiera, prima a occuparsi di adulti in difficoltà, poi di persone con disabilità e le loro famiglie. </span></div>

<div class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Quando penso alla “gente di lato” penso a persone come lei: capaci giorno dopo giorno di affiancare il percorso di tanti uomini e donne davvero in difficoltà. A volte nella palta fin qui. 
		<o:p></o:p></span></div>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Essere gente che sta di lato non vuol dire in questo caso non farsi vedere o, peggio, essere irrilevanti o insignificanti: Marinù, fin dal nome, è stata donna che si faceva notare. Il suo fisico, certo; gli occhi e il sorriso, anche. Ma soprattutto la sua presenza ferma e affidabile, nelle situazioni più delicate e scottanti cha un Comune attraversa: sfratti, occupazioni abusive, poliabusatori di sostanze, famiglie senz’arte n&eacute; parte. Lei c’era. Calma, assertiva, fiduciosa. Una sicurezza per chi si trova tra le mani, da amministratore, queste patate bollenti. Un punto cardinale. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Così la ricorda Massimo, assessore in un periodo di forti tensioni sociali e marginalità crescenti: “<i style="mso-bidi-font-style: normal">Prima d’entrare mi ha fatto coraggio: &lt;non aver paura, alla fine anche loro sono uomini e donne>. Dentro la vecchia scuola abbandonata tanti nuclei familiari di persone sfrattate. Bambini, donne, pochi uomini. Finanche cani. Dappertutto odore di urina, di sporco. Nello scantinato anche una ventina di albanesi, accolti dopo il primo sbarco e ora lasciati a marcire nel dimenticatoio di una città. Di notte qui si spaccia droga e si affolla di prostitute. In Comune la scuola è ormai soprannominata Hotel Beirut e <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>ci si guarda bene dal frequentarla. Prodromi di una scena a cui pochi anni dopo ci saremmo assuefatti. Quella scuola nel giro di qualche mese è stata restituita alla città, attraverso la decisione di governare – e non rimuovere [o sgomberare] - una situazione del genere. A tutti, gradualmente, una possibilità di lavoro e poi di casa. Chi non ci sta, perde il treno. Problema risolto. La professionalità e la passione di Marinù erano il vero motore di queste operazioni</i>”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Una passione che “utilizza” una professione; una professionalità che ha tra i propri ingredienti fondamentali la passione, quando troppo spesso i due termini vengono divisi, se non contrapposti. Una professionalità fatta anche di percezione del bene pubblico, di senso di responsabilità, di volontà di leggere il bisogno, di sana autonomia e personalità. Orgoglio professionale: assistente sociale, non so se mi spiego. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Tanti elementi forse oggi non proprio scontati, in un clima che vede le professionalità sociali dibattersi tra adempimenti formali, comportamenti standardizzati e conformismo diffuso. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Richard von Weizsacker, nel 1993, ricordava con queste parole i&nbsp;giovani studenti&nbsp;della Rosa Bianca di Monaco: “<i style="mso-bidi-font-style: normal">Ognuno è responsabile per ciò che fa e corresponsabile di ciò che lascia fare. Ad ogni generazione si presenta, in modo sempre nuovo e diverso, il compito di non chiudere gli occhi di fronte all’ingiustizia, di non scansare i conflitti, di non diventare indifferenti, di non lasciarsi catturare, di superare la passività e il fatalismo, la paura del rischio e il conformismo, anche quando non si tratta di vita o di morte</i> .” 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Grazie Marinù. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Arrivederci. 
		<o:p></o:p>
		
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%">
				<o:p><span style="FONT-FAMILY: Calibri">&nbsp;</span></o:p> 
				
<p>&nbsp;</p>
				
<p>&nbsp;</p>
				
<p>&nbsp;</p></?xml:namespace></p>
		
<p>&nbsp;</p></span></p>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=156]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=156</guid>
	<dc:date>2010-6-6T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Il caso, la necessità                                                                                                                                                                                                                                                                                       ]]></title>
        <description><![CDATA[

<p align="justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt">“No, in quella data non possiamo incontrarci, perch&eacute; c'è la festa di fine percorso di Giovanni”. Non ho pensato niente di particolare, ho sparato altre date scegliendo tra le caselle libere in agenda e abbiamo combinato l'appuntamento. Solo qualche ora dopo sono riandato con la mente alle parole di Micaela e mi ci sono fermato. Quante frasi ci scivolano dentro senza che ricevano il giusto peso, la giusta sostanza. E' il caso di questa “festa di fine percorso” che a coloro che non sanno di comunità dice poco; ma se ci sei stato, se c'hai passato un pezzo della tua esistenza, come operatore o come ospite, allora sai cosa significa. Ci sono parole che non hanno doppio fondo, ce ne hanno almeno quintuplo e dentro c'è come una vita: percorso, fine, festa. Posso solo immaginare l'ansia che procurano a Giovanni queste tre parole messe in fila; finiscono due anni passati qui a scoprire un altro se stesso, a percorrere e ripercorrere quel “circolo della vita”: in relazione con gli altri per imparare a cambiare, cambiare per stare meglio in relazione con gli altri. </span></p>

<p align="justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt">Un percorso di due anni è lungo, ma a volte inizia quasi per caso, o per necessità. Dalla viva voce di Giovanni, qualche mese fa: “<i>Io sono venuto qui per fare il percorso breve di tre mesi per la dipendenza da cocaina: sono stato per così dire obbligato. In pratica da sei mesi andavo due volte la settimana al SERT, ma il percorso mi serviva a poco. Ad un certo punto ho anche detto alla psicologa che quando andavo lì la prendevo in giro. E ho smesso di frequentare. Ma alla mia famiglia ho fatto credere che ci andavo ancora. Quando mia sorella, dopo tre mesi, è andata a colloquio con la dottoressa, sono stato scoperto, e così ho dovuto in qualche modo accettare quello che mi veniva “proposto”: un percorso breve qui in comunità. Non potevo fare altrimenti.</i></span></p>

<p align="justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt"><i>In realtà ormai mi rendevo conto che non ce l'avrei fatta da solo, non avevo abbastanza forza e motivazioni. Avevo bisogno di una struttura, di un posto. Essendo un po' con le spalle al muro, ho accettato la prima proposta che mi è stata fatta, non mi interessava neanche a cosa sarei dovuto andare incontro. All'inizio la psicologa mi ha detto: &lt;Vai, almeno stacchi, anche dallo stress del lavoro>. Sono entrato qui e mi dicevo: smetto per tre mesi e poi riparto come se fossi una persona nuova, come se non mi fosse mai successo niente</i>”.</span></p>

<p align="justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt"><i>Veni vidi vici</i>: quante volte ci illudiamo di essere Cesare. E invece siamo Giovanni e ci tocca una strada un poco più lunga. Trincee e guerra di posizione al posto di <i>blitzkrieg</i>: reticolati da individuare e tagliare con la pinza per poter fare qualche metro, la fatica e la necessità di essere aiutati.</span></p>

<p align="justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt">Non so se la metafora bellica piaccia a Giovanni, ma credo di non essere lontano dal vero se immagino così i due anni che lo separano dall'entrata, tra caso e necessità,in questa villa con parco. </span></p>

<p align="justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt"><i>Alea iacta est</i>, questo sì.</span></p>

<p align="justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt">”<i>Io sento che sono stato molto fortunato ad arrivare qui al momento giusto. Per me infatti la fortuna è arrivare al posto giusto nel momento giusto. Ricordo che il primo giorno che ero qui, ho espresso questo concetto in riunione e Anna mi ha detto: &lt;Qui non viviamo di speranze>. Io però sì, e alla fortuna ci credo. È logico, non è che aspetti che ti piova tutto addosso, però la speranza io ce l'ho. E io qui ho visto delle cose che non avrei mai immaginato di poter vedere</i>.”</span></p>

<p align="justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt">Buon cammino, Giovanni. E buona fortuna.</span></p>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=155]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=155</guid>
	<dc:date>2010-5-19T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Nuove parole                                                                                                                                                                                                                                                                                                ]]></title>
        <description><![CDATA[

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">C’è sempre qualcosa che non va. Che non convince. Scartate le espressioni più becere e le etichette più facili, ci si è persi in un divertito tira e molla, in un groviglio di tentativi e proposte cassate dai più. Alla fine non si è arrivati a nulla, ma terminato il tempo a disposizione siamo usciti dalla sala con la sensazione di aver fatto qualcosa di bello, d’importante. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">L’abbiamo passato così il pomeriggio. Una discussione aperta e partecipata da un centinaio di persone, alla ricerca del nome più giusto, delle parole più adeguate a rappresentare <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>il mondo degli… (ex) pazienti psichiatrici (?).
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Il workshop di Redattore sociale era dedicato ad analizzare i dieci luoghi comuni da non frequentare quando si parla di disagio mentale; pubblico di operatori dell’informazione e due ospiti d’onore: Massimo Cirri, notissima voce della radio e psicologico in un centro di salute mentale e Alice Banfi, autrice di un romanzo – “Tanto scappo lo stesso” – ispirato alla sua lunga esperienza di paziente (?) della psichiatria lombarda (sette anni di ricoveri in 13 diversi reparti e cliniche psichiatriche).
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Siamo partiti da Massimo Tartaglia (a proposito di problemi di linguaggio…), e dalle etichette che i mass media gli hanno affibbiato dopo il malcapitato lancio del Duomo sul volto del Presidente del consiglio: <i style="mso-bidi-font-style: normal">psicolabile</i>, <i style="mso-bidi-font-style: normal">pazzo</i>, <i style="mso-bidi-font-style: normal">squilibrato</i> e così via. Esattamente quale sia (stato) il problema di Massimo Tartaglia – e se davvero tale problema avesse un rapporto col lancio - nessuno lo sa, <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>ma le etichette hanno svolto la loro funzione sintetica, lapidaria: <i style="mso-bidi-font-style: normal">matto</i>, e ho detto tutto. In realtà dietro l’etichetta ci sono un sacco di significati possibili, di sintomi e di storie diverse, di sfumature o differenze sostanziali, delle quali però frega a molto pochi. Le prime parole attribuite a Tartaglia dopo l’arresto sono state subito connesse alla sua confusione mentale, ma lette in questa luce risultano molto vere e profonde: “Io non sono nessuno”.
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ecco, da qui è partita la ricerca di un nome che cercasse di ridare dignità e personalità a chi ha sofferto o soffre di problemi psichici. Per evitare le etichette, ci si è spesso avventurati in lunghe definizioni che di giornalistico non hanno nulla (“<i style="mso-bidi-font-style: normal">persone che hanno fatto esperienza di disagio mentale</i>”) e che, nella loro lunghezza e tortuosità, mettono più in risalto l’imbarazzo di parlar diretto che la centralità delle persone che si vorrebbero tutelare, valorizzare, emancipare.
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Quando si è corso il rischio di sbandare verso l’idealismo e il romanticismo ci ha pensato Alice<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>a richiamarci alla profonda sofferenza che spesso s’accompagna all’<i style="mso-bidi-font-style: normal">esperienza. </i>Imperdibile poi l’espressione di chi – dopo aver candidamente proposto di recuperare “psicolabili” - <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>si è visto chiedere da Cirri “<i style="mso-bidi-font-style: normal">ma scusi, a lei farebbe piacere essere chiamato psicolabile</i>?!”
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Mettersi nei panni dell’altro è forse la cosa più difficile quando si parla di questo tema.
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri"><span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>In fondo è lo stesso itinerario che hanno compiuto istituzioni, associazioni, familiari delle persone con disabilità: mongoloidianormaliinvalidihandicappatiportatoridihandicapdisabilidiversamenteabili. Un lungo percorso, fatto di tentativi ed errori, accanto al quale e attraverso il quale si è svolta la lunga marcia del riconoscimento della dignità e dei diritti. Le parole trascinano con s&eacute; le idee. E viceversa.
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Solo che qui gli ostacoli sembrano maggiori: l’ignoranza, la paura, il pudore, le superstizioni, lo stigma. Permane forte la volontà ostinata di mantenere le distanze per non farsi coinvolgere, per non farsi <i style="mso-bidi-font-style: normal">toccare</i>.
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">La marcia in più – ce lo ricorda Cirri - è invece rappresentata dalle stesse persone di cui si vorrebbe parlare: persone che possono da s&eacute;, col tempo, scegliere e darsi il nome più appropriato per farsi riconoscere.
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Sarebbe bello, un giorno, poter dire d’aver assistito – in un pomeriggio milanese – ai primi timidi vagiti delle nuove parole.</span></p>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=153]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=153</guid>
	<dc:date>2010-4-29T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Tana liberi tutti                                                                                                                                                                                                                                                                                           ]]></title>
        <description><![CDATA[

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Stai fermo. Non fare cazzate. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Non ti muovere. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Non occorrono parole per impartire l’ordine: basta guardare al di là dei tornelli; siamo stati strappati dai nostri pensieri subito dopo aver terminato i gradini. Eravamo automi: clangore di porte metalliche, <i style="mso-bidi-font-style: normal">mind the gap</i>, poi le scale, mobili o fisse. Ora, invece, non possiamo più affidarci al pilota automatico delle nostre consuetudini: oltre le obliteratrici c’è chi – senza chiedercela – si è presa tutta la nostra attenzione. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Una quindicina, non di più. Ci fermiamo tutti, mentre davanti a noi si svolge uno strano gioco tra due bianchi con in mano delle manette e cinque giovani nero ebano. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Non ti muovere. Non fare cazzate. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Non so se le abbiamo sentite davvero, queste parole. La scena forse è avvenuta in silenzio e abbiamo dedotto tutto dal linguaggio dei corpi: uno dei due cerca di trattenere i polsi di un ragazzo nero che si divincola e resiste, gli altri vanno e vengono, tutti attorno, cercando a turno di liberarlo. Fuggono solo per lo spazio necessario a sottrarsi al secondo bianco, che gioca in difesa, a impedire che il gruppetto riesca nel suo intento. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Poliziotti? Vigili? Non hanno divisa, non abbiamo il copione. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Non sappiamo cosa sia successo poco prima e il cervello fatica nel traffico di <i style="mso-bidi-font-style: normal">trailers</i> polizieschi. La punteggiatura la dobbiamo mettere da soli e il racconto di ciò che abbiamo davanti agli occhi cambia ogni tre secondi. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">I due dalla parte della legge si riconoscono, hanno le manette e fin qui è facile. Gli altri cinque, invece, hanno la loro mercanzia lì per terra: borse, cinture, ombrelli. Tutto qui? 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-FAMILY: Calibri"><i style="mso-bidi-font-style: normal"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%">Un controllo come tanti, clandestini, resistenza a pubblico ufficiale; spacciatori, indagini in borghese; contraffazione, venditori in metrò; arbitrio, dacci cento euro e ce ne andiamo</span></i><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%">. E’ incredibile l’affollarsi di impressioni e domande quando ti cambiano improvvisamente lo scenario in cui stai recitando la tua solita parte. 
			<o:p></o:p></span></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Chi è dalla parte della ragione e chi ha torto? Chi è in una posizione di forza? <i style="mso-bidi-font-style: normal">Serpico, Davide e Golia, Tolleranza zero, n&eacute; con lo Stato n&eacute; con le BR, Kunta Kinte</i>. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">In mezzo a tanta confusione, continuiamo a rimanere tutti immobili. Tutti tranne un signore anziano ed elegante: si avvicina ai due con cautela e fa segno di stare calmi, d’andarci piano. Ma a chi si riferisce, al poliziotto <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>o a chi è determinato a liberarsi da lui? 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">L’unica cosa che riesco a percepire chiara e forte mi arriva dal ragazzo che si divincola e da quelli che corrono in su e in giù: <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>un istinto prorompente a rimanere liberi, un comandamento imperioso, vitale, a <i style="mso-bidi-font-style: normal">restare</i> liberi, a non farsi rinchiudere. Una forza. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Poi tutto si scioglie. L’ultimo assalto riesce, la presa viene meno, i cinque fuggono rapidissimi, lasciando la merce sul posto. Non è importante cosa succederà questa sera, quando torneranno senza nulla; quello che conta è la libertà, di tutti. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Rimane lì anche l’affanno dei due agenti, la loro frustrazione, che si sfoga su una signora: “e voi, state fermi e non fate niente? Da che parte state?”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Già, e noi? 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Esco alla luce del tardo pomeriggio con addosso quella forza. La paragono al mio alzarmi la mattina, al mio muovermi sicuro per la città. Alla nostra libertà scontata: niente e nessuno ci ordina ogni mattina di rimanere liberi… 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Per il resto c’ho capito poco e niente. Ma è forte il sospetto d’aver assistito allo scaricarsi - sui più deboli ed esposti - delle nostre ingigantite paure, delle nostre frustrazioni collettive. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Io, alla fine di tutto, mi sento solo di stare dalla parte di quel comandamento; più vero e vitale di tante mie giornate. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Tana liberi tutti. 
		<o:p></o:p></span></p>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=150]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=150</guid>
	<dc:date>2010-4-6T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Messaggi in bottiglia                                                                                                                                                                                                                                                                                       ]]></title>
        <description><![CDATA[

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">“<i style="mso-bidi-font-style: normal">Sono una mamma di quasi settanta anni, ex infermiera. Ho un figlio di 40 anni con una diagnosi di &lt;schizofrenia paranoica> da circa 15 in cura presso il Servizio di igiene mentale. Ma circa otto mesi fa un medico del centro ha ritenuto opportuno interrompere i farmaci. Negli ultimi otto mesi la mia vita è diventata un inferno, la situazione è andata via via degenerando, la sua aggressività verbale e fisica è aumentata. Affronto questa situazione completamente da sola, alla mia età, in più occasioni sono stata aggredita fisicamente. Il ragazzo è sceso a volte anche in strada brandendo un paio di forbici e minacciando i passanti. Spesso è intervenuto il 118. Sono andata anche dai carabinieri e dalla polizia. Ora anche il medico di famiglia ha avuto paura di fargli una visita. Mi sento abbandonata</i>”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Mi appare così, come un messaggio in bottiglia lanciato nel mare di un quotidiano. Una lettera al direttore come tante, se si vuole. Ma se ci si ferma un attimo a rileggerla, forse si può cogliere il vuoto, lo smarrimento e la paura di questa mamma. Nella chiusura della lettera non c’è nemmeno una richiesta d’aiuto, di contatto; <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>solo una costatazione: mi sento abbandonata. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Mi fermo a riflettere davanti al giornale, ed è un gorgo. Prima arrivano i <i style="mso-bidi-font-style: normal">flashback</i> da amministratore locale; non sono stati pochi gli incontri con anziani che vivevano, e vivono, in queste case dell’altro mondo: persone, quasi sempre donne, che dormivano <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>vestite, pronte a fuggire all’aperto per non prendersi le botte del figlio ormai più che in età, o che piangevano come bambini perch&eacute; della loro dignitosa pensione non rimaneva che qualche euro sottratto al delirio di discendenti senza arte n&eacute; parte. <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>Famiglie sole di fronte alle quali mi sentivo solo anch’io. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Famiglie per le quali le&nbsp;parolechiave della politica attuale – paura e sicurezza – assumono dimensioni (domestiche) e significati del tutto diversi. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Sapevo e so che si tratta della classica punta dell’iceberg, visto che solo il 10 % delle persone con disturbi psichici arriva ai servizi d’igiene mentale. <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span> 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">E’ tutto un mondo di sofferenza che non si vede e non si sente. Buchi neri. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Poi si fanno avanti le domande che mi porto dentro da quegli incontri: ma è proprio impossibile evitare che si arrivi a queste situazioni? È davvero così difficile fare qualcosa per queste persone, le più fragili tra le fragili? Non è paradossale che ciò avvenga in Paesi e Regioni che hanno un sistema di welfare tutto sommato evoluto? 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Si può <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>misurare l’inadeguatezza e l’indecenza <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>della politica attuale da tanti punti di vista; io ho questo personale metro di misura, la distanza che c’è tra questi buchi neri e il teatrino <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>che quasi sempre occupa le istituzioni pubbliche.<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>So bene che nelle istituzioni e nei servizi ci sono tante persone perbene e che le responsabilità del perpetrarsi di situazioni come quelle descritte dalla lettera sono spesso distribuite tra i diversi attori. Ma è proprio in questo panorama così frammentato che la politica dovrebbe svolgere il suo ruolo di sistema e di sintesi: ricucendo le separazioni tra gli specialismi (sanitario vs. sociale, ad esempio), investendo - invece di tagliare - <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>sui servizi di ascolto e supporto alle famiglie, ridando dignità e respiro alle professionalità sociali. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ma l’impressione è che si sia concentrati su tutt’altro, anche quando ci si candida – come avviene in<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>questi giorni<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>di campagna elettorale – per istituzioni che hanno al centro la spesa e l’organizzazione dei servizi sanitari. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Che fare? La tentazione può essere quella di arrendersi allo sconforto.<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>Non pensarci, non parlare, non votare. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">In attesa&nbsp;di un&nbsp;nostro Obama, in grado di capire&nbsp;che -&nbsp;dopo aver assicurato a tutti l’assistenza virtuale -&nbsp;c'&eacute; da lavorare duramente perch&eacute; davvero tutti siano assicurati da una rete concreta d’aiuto. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ma nel<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>frattempo, dal mio canto, domenica darò il mio voto disgiunto a persone che – ne sono sicuro – hanno bene in mente queste famiglie, perch&eacute; le hanno incontrate. Ci hanno parlato, si sono fatte inquietare, sono consapevoli<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>della distanza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E intendono dare a questi temi la dignità di discorso pubblico. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Anche la mia, in fondo, <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>sarà una bottiglia con messaggio; lanciata – come la lettera al direttore – nel mare della politica. Lasciata andare con la stessa speranza disillusa. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%">
		<o:p><span style="FONT-FAMILY: Calibri">&nbsp;</span></o:p></?xml:namespace></p>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=149]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=149</guid>
	<dc:date>2010-3-24T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Mattone dopo mattone                                                                                                                                                                                                                                                                                        ]]></title>
        <description><![CDATA[<span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">Che cos’è che ci fa cambiare? E’ difficile dirlo, perch&eacute; le storie di cambiamento non ubbidiscono a regole definite, sono piuttosto dei corsi d’acqua: irregolari, imprevedibili; sinuosi e lenti o ripidi e torrenziali, secondo il terreno che incontrano. 
			<o:p></o:p></span></p>
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">Qualche volta il cambiamento ha la faccia di Schneider, il centrocampista dell’Inter. L’ultima volta che ho incontrato Luca gli ho fatto notare questa sua somiglianza e lui si è messo a ridere. Ha detto che non lo sapeva; evidentemente non gli piace il calcio. Ma ama correre. E il suo lavoro di muratore. 
			<o:p></o:p></span></p>
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">Un lavoro che a un certo punto ha dovuto lasciare, perch&eacute; lo aveva talmente assorbito da non vivere più. Nessun tempo per s&eacute;; e la cocaina come mezzo per reggere i ritmi e le pressioni. I debiti accumulati, alla fine, lo costrinsero alla “scelta” di arrivare in comunità. 
			<o:p></o:p></span></p>
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">Oggi parla con serenità, ma si capisce che non è stato facile. 
			<o:p></o:p></span></p>
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin"><span style="FONT-SIZE: 14pt; mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>“<i style="mso-bidi-font-style: normal">Ho cominciato il percorso e mi sono accorto quasi subito di avere dei problemi grossi che non erano solo quelli di comprare la coca per farmela. C’erano altre questioni: ho cominciato infatti ad avvertire le mie parti disfunzionali, sentivo gli altri come mi vedevano, stavo male a sentirmi dire certe cose in gruppo”. 
				<o:p></o:p></i></span></p>
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">Questa consapevolezza del tuo modo di “funzionare” come è arrivata?<span style="FONT-SIZE: 14pt; mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>
			<o:p></o:p></span></p>
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><i style="mso-bidi-font-style: normal"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">“Ho dovuto riprendere dall’inizio a conoscermi per come realmente ero. Quando sono entrato qui ho cercato di farmi vedere come quello che sa fare tutto, che è più bravo degli altri. Pensa che all’inizio non riuscivo nemmeno a fare le pause sigaretta. Io che ero cresciuto a calci nel sedere, perch&eacute; bisognava lavorare dalla mattina alla sera, mi ritrovavo ogni ora a dover fare dieci minuti di pausa. Per me era una cosa assurda, un fastidio grosso. Pensavo: &lt;Ma guarda questi che non hanno voglia di fare niente, adesso gli faccio vedere io come devono girare le cose>. 
				<o:p></o:p></span></i></p>
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><i style="mso-bidi-font-style: normal"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">Ma i miei compagni di percorso hanno cominciato a chiamarmi capocantiere. O quadrello. E anche questo mi dava molto fastidio”.<span style="FONT-SIZE: 14pt; mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>
				<o:p></o:p></span></i></p>
	
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin"><span style="FONT-SIZE: 14pt">E come è avvenuto il passaggio a una fase più positiva? Lo riesci ad identificare? <span style="FONT-SIZE: 14pt; BACKGROUND: fuchsia; mso-highlight: fuchsia">
					<o:p></o:p>
					
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><i style="mso-bidi-font-style: normal"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; BACKGROUND-COLOR: #ffffff; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">“A un certo punto sono andato in crisi di identità totale, non sapevo più chi ero, cosa dovevo fare. Dentro lì sono stati i colloqui con gli operatori che hanno cominciato a farmi intravedere qualche spiraglio. Ricordo perfettamente come ho iniziato a dare una svolta: prima di tutto cominciando a parlarne con gli altri del gruppo; ho cominciato a condividere di più il mio malessere, ascoltando quelli che erano qui da più tempo, provando a stare un po’ più dentro alle situazioni, senza scappare via. Ho smesso di costruire muri tra me e gli altri, ho smesso di pensare che tutti mi giudicavano. Quello che, secondo me, sta alla base della comunità è proprio l’imparare a farsi aiutare dagli altri, cosa che prima non si riusciva a fare. Qui impari che non combini niente se non ti affidi, se non ti fidi degli altri. Qua non fai niente se vai avanti da solo, e lo stesso è fuori”. 
								<o:p></o:p></span></i></p>
					
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; BACKGROUND-COLOR: #ffffff; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">E oggi? 
							<o:p></o:p></span></p>
					
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><i style="mso-bidi-font-style: normal"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; BACKGROUND-COLOR: #ffffff; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">“Oggi sono contento, ho più autostima di me stesso, non ancora come vorrei, però a volte me lo dico: &lt;Mi piaccio, sono contento di me>. Non più come prima che non mi andava bene niente di me stesso e mi vedevo brutto, sia fisicamente che come persona”. 
								<o:p></o:p></span></i></p>
					
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; BACKGROUND-COLOR: #ffffff; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">Penso che il cambiamento di Luca stia tutto in quest’ultima sua risposta. 
							<o:p></o:p></span></p>
					
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; BACKGROUND-COLOR: #ffffff; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">Seguendo un corso d’acqua che riusciamo solo a intravedere, è riuscito ad andare al di là dei muri che costruiva. 
							<o:p></o:p></span></p>
					
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 14pt; FONT-FAMILY: 'Calibri','sans-serif'; BACKGROUND-COLOR: #ffffff; mso-bidi-font-family: 'Courier New'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin">E a ritrovare un tizio… col sorriso di Schneider e il fisico da muratore! </span></p></?xml:namespace>
				
<p></p></span></span></p></span>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=148]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=148</guid>
	<dc:date>2010-3-7T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Reduce... dalla terra di nessuno                                                                                                                                                                                                                                                                            ]]></title>
        <description><![CDATA[

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Parole sante, quelle di Aldo Bonomi. Sta parlando a una platea d’educatori e operatori sociali delle comunità d’accoglienza e li invita a guardarsi attorno e a “<i style="mso-bidi-font-style: normal">percepire le comunità di cura</i>”. In sostanza dice che è necessario andare al di là dei ristretti giri degli addetti ai lavori dell’assistenza, per comprendere con lo sguardo tante altre figure professionali che, da punti diversi, producono – o possono produrre - <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>cura: insegnanti, medici, ricercatori, psicologi, avvocati... Tante persone, attorno a noi, che costruiscono inclusione e non separatezza. E cita l’esempio della resistenza dei docenti all’idea <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>delle classi separate per gli stranieri, e l’opposizione dei medici alle proposte che li volevano obbligare per legge a denunciare i clandestini. Due episodi che hanno evidenziato coloro che appartengono e costruiscono comunità di cura, contrapponendosi nei fatti a quelle che lui chiama le comunità del rancore: “<i style="mso-bidi-font-style: normal">anche chi vive immerso nella <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>dimensione sicuritaria e sembra avere come unico orizzonte il proprio giardinetto costruisce spesso comunità; sono comunità del rancore, ma pur sempre comunità</i>”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">E allora il punto per gli operatori sociali è percepirsi dentro le comunità di cura più allargate, diventarne attori consapevoli e attivi. Solo così si potrà contrastare “<i style="mso-bidi-font-style: normal">l’egemonia culturale e politica di chi organizza i natali bianchi</i>”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Parole sante. Anche quando stimola i presenti a riflettere su quanto le logiche del rancore e della separatezza abbiano preso spazio anche dentro e tra le organizzazioni non profit. E’ opportuno rifletterci. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ma mentre mi appunto mentalmente questo invito, Bonomi – scorrendo i volti di chi lo ascolta – butta lì un “<i style="mso-bidi-font-style: normal">si vede dal look che qui siamo tutti un po’ reduci</i>”. E fa seguire l’invito pressante a uscire dal reducismo e dalla nostalgia e ad entrare dentro le “<i style="mso-bidi-font-style: normal">passioni tristi del nostro tempo</i>”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<div class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ho fatto fatica a seguire l’intervento del relatore che ha parlato subito dopo. Sono rimasto colpito, infatti, dall’ultima considerazione di Bonomi e mi sono perso a rincorrere domande matrioska, una dopo l’altra. </span></div>

<div class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Reduce? 
		<o:p></o:p></span></div>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Reduce da cosa? Ho pensato soprattutto alla mia generazione, quarantenni senza apparenti esperienze da cui essere reduci. Perch&eacute; si è reduci da un’impresa difficile e rischiosa, da qualcosa che ti ha coinvolto, sconvolto, segnato. Da un tempo straordinario. “<i style="mso-bidi-font-style: normal">Guerra, esilio, prigionia”</i>, esemplifica il vocabolario. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Arrivato alle superiori che ormai tirava vento di riflusso, finita l’università che s’intravedeva tangentopoli, approdato alle comunità d’accoglienza che la fase pionieristica era decisamente alle spalle, di fronte i problemi del consolidamento e della gestione quotidiana, o giù di lì. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Mi chiedo se la mia esperienza si possa estendere a quelli della mia età; a me pare di essere reduce, più che dal fronte, dalla terra di nessuno, fumante e disabitata dopo che le passioni calde sono passate e hanno fatto quello che dovevano fare, hanno combinato quello che dovevano combinare. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Si può avere nostalgia di ciò che altri hanno vissuto? Forse sì, però è tutt’altra cosa dall’essere reduci. E comunque non mi pare che oggi ci guidi la nostalgia. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ma forse, alla fine di tutto, non avere esperienze radicali e coinvolgenti alle spalle - questo costante arrivare dopo - può essere anche una fortuna. Si possono <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>avvertire le passioni tristi come il proprio destino, certo; oppure ci si può allenare a cercarlo di fonte a s&eacute;, quel tempo straordinario. Nel futuro. 
		<o:p></o:p></span></p>

<div class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Magari siamo stati risparmiati per essere&nbsp;pronti - aperti - &nbsp;a ciò che verrà. Dietro l’angolo o tra qualche decennio. </span></div>

<div class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Magari. 
		<o:p></o:p>
		
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%">
				<o:p><span style="FONT-FAMILY: Calibri">&nbsp;</span></o:p></?xml:namespace></p></span></div>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=147]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=147</guid>
	<dc:date>2010-2-28T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Trent'anni. Mica paglia.                                                                                                                                                                                                                                                                                    ]]></title>
        <description><![CDATA[

<div class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Trent’anni, mica paglia. Chi ero trent’anni fa? Prima liceo, treno, nuovo paese e nuovi amici, nebbia, il motorino sognato, Cantù capitale del basket, Bennato e i Pooh, la mia famiglia. </span></div>

<div class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Ecco, Marco ha cominciato proprio allora a fumare le prime canne, anzi i suoi primi spinelli, come si chiamavano allora. Trent’anni di consumi e tossicodipendenza, con tutti i passaggi “classici” della carriera: hashish, eroina e, più recentemente, cocaina. Sert, metadone, un tentato suicidio… 
		<o:p></o:p></span></div>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Solo ora, a qualche settimana dal nostro incontro, mi rendo conto che dobbiamo essere coetanei, su per giù. E mi fa un po’ impressione intravedere le nostre vite parallele che un giorno qualsiasi si sono incrociate qui, in comunità. Rileggo le parole raccolte dal registratore e mi colpisce in particolare che Marco utilizzi per s&eacute; un’espressione così contemporanea: declino. “<i style="mso-bidi-font-style: normal">Io stavo bene con l’eroina e la cocaina, mi ero creato un mondo a parte, mi sentivo gratificato: lavoravo anche il sabato e la domenica e pensavo a portare a casa i soldi. Ho cominciato a lavorare tardi, perch&eacute; prima ero un giocatore professionista di calcio: infatti a diciotto anni giocavo in serie B. Poi mi hanno trovato positivo – avevo cominciato con l’hashish a tredici - e mi hanno squalificato. E da lì è iniziato il mio declino</i>”. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Trovo che la storia di Marco, come quella di tanti altri, interpelli nel profondo – oltre che il mio personale percorso – anche il clima che stiamo vivendo. Aria di declino, appunto. E di etichette appiccicate alle persone, senza tanto pensarci su. Ma si può cambiare, quando sembra che tutto vada a rotoli? Si può svoltare, dopo trent’anni di tossicodipendenza? 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">“<i style="mso-bidi-font-style: normal">Io, per esempio, ero arrivato al punto di non sapere<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>più come ci si relazionava con la gente da persona lucida, non sconvolta. Non riuscivo più a capire, non ricordavo neanche com’ero all’inizio, che tipo fossi da adolescente, prima di cominciare a fare uso di sostanze pesanti; avevo dei vuoti</i>”.<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">C’è ancora spazio per la speranza, quando si è così? Tossici… 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Sì, c’è ancora spazio. E c’è gente che ci crede. E c’è gente che lo sperimenta. Spes contra spem. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Forse una parte sostanziosa del nostro declino è fatta proprio dal cinismo che ci scorre dentro. Ma non tutto è già scritto, e non deve per forza finire male. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Anche Marco, trent’anni di tossicodipendenza, sta cambiando. E’ cambiato: “<i style="mso-bidi-font-style: normal">Qui ho scoperto il mio bisogno di sperimentarmi<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>in un rapporto di gruppo, perch&eacute; il mio problema è sempre stato la solitudine. Trovarmi di fronte a tanta gente che non conoscevo mi ha fatto vedere che la solitudine si può “combattere”, o meglio che si può vivere con la solitudine. Si può anche stare soli, ma stando soli si possono avere relazioni con altre persone. Questo per me è stato molto utile. Poi la psicoterapia mi ha aiutato tanto, invece, a buttare fuori tutte le emozioni che non sono mai riuscito ad esternare. Mi sono reso conto di non essere invincibile come pensavo di essere, di non essere onnipotente, ma di essere una persona normale, con le sue paure e le sue angosce. Ho imparato a gestire le mie emozioni, a sentirle. Ho imparato a piangere, difatti ogni volta che faccio un colloquio piango... Mi sto accettando con le mie paure e le mie angosce, sto imparando ad accettarmi: prima con le sostanze mi sentivo invincibile, mi sentivo al di sopra di tutto, ero proprio il massimo, non pensavo a niente, andava tutto bene”. 
			<o:p></o:p></i></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Fare i conti con i propri limiti e le proprie angosce senza lasciarsi sopraffare. Fare pace con se stessi facendosi aiutare dagli altri. Uscire dalla solitudine. Abbandonare i panni di chi deve sempre vincere. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Una buona strada. Anche per noi. 
		<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt; TEXT-ALIGN: justify"><span style="FONT-SIZE: 12pt; LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: Calibri">Mica paglia. 
		<o:p></o:p></span></p>]]></description>
        <link><![CDATA[http://www.elog.it/controcampo/dettaglio.asp?id=146]]></link>
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	<dc:date>2010-2-16T0:0:0+01:00</dc:date>
	<dc:creator> Redazione</dc:creator>
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