A memoria

"Una nave in un porto é al sicuro,
ma non é per questo che é fatta una nave."

 

John A.Shedd

Un appuntamento

 
7 ottobre 2010 
 
CNCA Lombardia
Caritas Ambrosiana
 
 
"CHI NON RISCHIA
NON EDUCA"
Convegno

 
 
Sala conferenze BPM
Via Massaua 6
Milano
 
 
 

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Qui puoi trovare i commenti al blog di alcuni miei amici e compagni di strada, ai quali va il mio grazie per la disponibilità.
 
Da un lato l’esperienza delle persone, il loro modo intenso e particolare di stare al mondo. Le fatiche, le emozioni, l’ironia, lo stare insieme, i mille trucchetti, i coinvolgimenti profondi, le indifferenze necessarie.
Dall’altro lato le istituzioni, il loro modo complesso e opaco di vincolare la realtà. Le regole, i codici, la repressione, gli assegni di cura, la burocrazia, i flussi di denaro, l’agenda delle scelte pubbliche, gli strumenti amministrativi, l’organizzazione del consenso, le decisioni allocative.
Sono due facce della stessa medaglia, ma noi che abusiamo del privilegio di scrivere ed essere letti, spesso le teniamo separate. Spesso… direi quasi sempre. Da un lato troviamo il linguaggio della fenomenologia, di quella più elaborata, accademica, ma anche di quella più comunicativa, tipica dei racconti di vita e delle testimonianze. Dall’altro lato troviamo il linguaggio della sfera politica, sia nella forma asciutta e ben codificata del diritto o dell’analisi sociologica, sia nella forma roboante e malevola della cronaca giornalistica ordinaria.
Questa separazione di linguaggi, di punti di vista, di livelli della realtà, è una delle cause principali della crisi della parola sul sociale. Di una crisi profonda nei regimi di enunciazione: è la crisi tragica della parola politica, ma anche della parola religiosa, per non parlare delle parole espresse nei mondi associativi. Tutte così distanti ed incoerenti rispetto alle pratiche agite, all’esperienza provata dalle persone. Ma anche di crisi della parola giornalistica, in particolare nel giornalismo di inchiesta, o della parola pubblica e divulgativa degli psicologi attivi sui media, per cui l’attenzione al dato emotivo della vita di relazione si attesta su una denuncia delle sofferenze, vittimizza, a volte mostra la dignità delle persone nelle situazioni più difficili, ma non aiuta a comprendere.
Per me, in questi anni, la rubrica di Oliviero Motta su Rocca ha avuto un valore intellettuale profondo. Vi ho trovato un raro e difficile tentativo di connettere le due facce della stessa medaglia, di tenere insieme (almeno) due livelli di realtà. Una ricerca narrativa attenta che, nel ricostruire le capacità delle persone, dà conto anche del mondo duro in cui vivono. Mette in intrigo la vita quotidiana delle persone, tenendo insieme esperienza e contesto istituzionale. Riallaccia alle riflessioni sulla politica e sulle politiche la descrizione sensibile dell’esperienza delle persone.
E’ un percorso di ricerca narrativa prezioso, mai scontato, alle cui spalle sta un enorme lavoro intellettuale, di riflessione su come parlare dei temi del sociale.
E’ quanto ho imparato dalla sua rubrica, è quanto gli auguro di continuare a tentare con il suo blog.
E’ quanto credo sarebbe veramente urgente intraprendere nei diversi mondi che parlano di politiche sociali.
 
Tommaso Vitale
Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale Università degli Studi di Milano – Bicocca tommaso.vitale@unimib.it
 
 
 
Caro Oliviero, tu ci inviti a muovere gli occhi verso direzioni
trascurate; ma procedendo con uno sguardo obliquo non si rischia di
inciampare? Eppure sono inciampi salutari, i tuoi interventi, come
quelli che, interrompendo una camminata distratta, costringono ad alzare
lo sguardo per capire dove siamo capitati. E intanto ci mettono pure in
guardia. Sguardo obliquo per raccontare persone ed eventi quasi
invisibili e per riprodurre un dialogo con se stesso, con un amico, con
uno sconosciuto. Ci mostri un particolare apparentemente trascurabile e
poi tessi una riflessione che ci riporta a noi stessi, a scelte,
convinzioni e responsabilità che trascurabili non sono affatto.
Sembrerebbe più semplice affrontare di petto i grandi temi
contemporanei, ma la mia impressione è che tu non voglia sostituire i
concetti all'esperienza. Una specie di procedimento aristotelico capace
di mettere la vista al principio della conoscenza. Come un
investigatore, il quale sa bene che gli indizi più significativi non
sono mai ovvi e pronti all'uso, ma si trovano nelle pieghe e vanno
interpretati. Particolari spesso muti, a meno che qualcuno non voglia
dare loro la parola. Allora il particolare diventa una sineddoche e
l'investigatore un narratore.
 
Pierfilippo Pozzi
 
 
 
Se ci lavori assieme, certe volte potresti strozzarle a mani nude, tanto sono - loro per prime - spigolose e spiazzanti.
Ma più spesso… i margini ci sono. Per pensare che in “squadra” non se ne potrebbe fare a meno: dei loro occhi, del loro cervello, della loro insospettabile tenerezza. Del mix che le rende capaci di cogliere con sensibilità sottile e acutezza rara quello che in tanti avvertiamo, ma cui pochi sanno dare un nome, nella realtà che scorre come un fiume (talvolta come un’onda di piena) attorno a noi tutti, che ci galleggiamo sopra fortunosamente, dentro la nostre precarie canoe.
Sono le persone come Oliviero. Che sanno come si fa a disegnare con le pupille un percorso difficile, registrando con la coda dell’occhio in una frazione di secondo gli scogli, i mulinelli, le rapide.
Puntare avanti guardando di lato. Mica tutti lo sanno fare. Mica tutti lo fanno. Questione di istinto, sì, ma affinato da allenamento testardo e appassionato.
Oliviero scrive – e con singolare qualità di scrittura - sia di quelli che la vita tende a mettere fuori gioco, sia di quelli che si mettono al loro fianco. Racconta gente a lato della vita, e gente a lato di chi è a lato.
Come fa? Con una singolare qualità dello sguardo: che si colloca a lato di chi è a lato di chi è a lato. Oliviero guarda e ascolta mentre si pone accanto, e ascolta se stesso mentre guarda. Non ci racconta le sue risposte. Ci racconta quello che vede, con il suo sguardo di lato: di loro, di noi, di sé. Così taglia corto con i luoghi comuni, la retorica, gli schemi da manuale, l’indulgenza da confessionale.
E ci spinge tutti a capire. Magari, a cambiare.
Un colpo di pagaia sapente, silenzioso, e la canoa precaria che ci imbarca tutti insieme scivola un po’ più avanti, nella corrente.
Ne vale la pena. Ce la possiamo fare.
 
Paola Pessina
 
 
 
Quando accendo il PC, lo noto subito.
Ma non è quello il momento giusto per leggerlo.
Ormai so che, quando arriva il nuovo pezzo non può essere bruciato con le altre mille sollecitazioni della giornata. Merita un suo spazio di silenzio, di lettura attenta e di rilettura meditata per fermarsi su ogni singola parola e riuscire a cogliere quello che c’è oltre.
In questi anni leggere “Terre di vetro”, la rubrica curata da Oliviero su “Rocca” (e ora travasata in questo blog), è stato come osservare un piccolo quadro. Dentro ci trovi la quotidianità della gente semplice: la donna rom che sorride, il rito del taglio dei capelli sulla pubblica piazza degli immigrati, il marocchino che fugge dopo una rapina. E tante altre piccole storie di vita. Dipinte con poche parole, accuratamente scelte, capaci di farti entrare emotivamente dentro il breve racconto, capaci di sollecitarti domande profonde sul senso della vita.
Rileggere la storia dalla parte dei vinti, oggi come sempre, non fa clamore. Evidenzia, però, talvolta in modo disarmante, quanto le cose non sempre siano per quelle che appaiono. Mette a nudo i pregiudizi, esalta la verità dei fatti. Riscopre, alla fine, che ogni essere umano nasce, cresce, si riproduce e muore, sempre in forma uguale. A qualunque latitudine. E per questo merita di essere rispettato, sempre, comunque e ovunque. Una piccola verità contro la quale, giorno dopo giorno, stiamo assistendo ad una pericolosa quanto progressiva offensiva.
Ma in “Terre di Vetro” in ogni parola senti pulsare, nel sottofondo, la grande passione della ricerca del bene comune. In ogni racconto c’è una voluta ricerca di armonia, nell’intenzione di trovare la via giusta per ricomporre qualcosa di questo mondo che sembra scompigliare ogni ordine di cose. Avverti anche l’amarezza di chi vive la fatica immensa che il pensare in grande oggi comporta.
Forse siamo di fronte ad uno stile nuovo di fare letteratura politica. Per ora vale la pena accontentarsi del fatto che sta facendo scuola anche tra altre persone, che cercano strumenti nuovi per tentare di resistere all’incalzante dilagare di una cultura che rinnega la politica come arte per perseguire il bene comune, senza il quale non potrà esserci un domani.
 
Massimo Minelli
Presidente Consorzio Farsi Prossimo, Milano
 
 
 
‘L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n'è uno, è quello che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.’ (Italo Calvino – Le città invisibili).
Per noi che lavoriamo nel sociale l’inferno dei viventi è un’esperienza multipla, una destinazione privilegiata e spesso appassionante, un campo di lavoro e di vita.
Per questo rischiamo di bruciarci di più. Per questo cerchiamo di soffrine di meno. Per non diventare parte dell’inferno (neanche con le nostre fughe difensive, neanche con le nostre passioni con-fusive) ci servono davvero ‘attenzioni e apprendimento continui’: un esercizio dello sguardo che ci alleni a cogliere e a restituire ciò che non è uniforme, o ciò che l’uniformità cela.
E’ in questa intenzione di ricerca che il gesto di volgere lo sguardo qualifica il suo significato: vorremmo girare la testa per guardare meglio, non per non vedere. Un allenamento dello sguardo a girare la testa, e che la testa ce la fa girare.
Alla fine, forse, una questione di amore per la ‘gente di lato’.
 
Francesca Paini
 
 
Ogni Capo d'anno riceviamo mille messaggi d'augurio per un nuovo anno più sereno, più solidale, più giusto, più...
Poi il 2 gennaio tutto torna come prima, i "buoni sentimenti" festivi tornano in letargo, e la strada torna ad essere in salita. Certo, per alcuni più che per altri. Per la "gente di lato" ad esempio...
In questi anni ho incontrato tante persone di lato, ma anche tante persone dietro, quelle che parlano, che criticano, che pontificano, quelle che "se dipendesse da me"...
Ma anche alcune persone davanti, con le quali condividi la strada, in salita o discesa che sia, quelle con le quali condividi sogni, speranze ed impegni. Quelle che la vita ti ha donato di conoscere.
Voglio ringraziarti per essere per me una di queste persone; persone vere, con le quali la strada la si fa insieme, pur a volte in parallelo, impegnati su versanti diversi, ma faticando per arrivare alla stessa cima, allo stesso panorama, alla stessa aria pura; in compagnia della stessa "gente di lato". Quella gente che il più delle volte ci sostiene nelle fatiche più dure, anche se ci piace pensare e dire che siamo noi (quelli bravi, buoni, impegnati, intelligenti...) a sostenere loro.
Caro Oliviero, la solidarietà è anche (o forse soprattutto) una conoscenza, un sapere, ed un saper raccontare. La solidarietà diventa così cultura, modo di vivere, socialità, impegno sociale.
Caro Oliviero, grazie perchè tutto ciò tu lo realizzi, anche per me. Io, come tanti, ho troppo spesso la testa e il cuore in trincea, preso dalle mille fatiche e dai mille pensieri di impegno, ma chi non è in trincea con me non lo vede, non lo sa, non lo comprende. E la colpa è mia, che non dico, non spiego, non coinvolgo, non rendo "politico" e sociale il mio essere in trincea. Tu invece alzi lo sguardo ed il cuore e lo fai anche per me.
Grazie. camminando si apre il cammino.
 
Dario Cassata
Consorzio CoopeRho, Rho (MI)