Il mio welfare locale: un patchwork in cantiere.
Articolo pubblicato sul numero 1/2012 di  Welfare Oggi.

Images [6]I cantieri autostradali mi affascinano sempre. Ogni volta che ci passi vicino, o attraverso, hai la sensazione di un formicaio in movimento, in continua trasformazione. L’altra settimana sei passato dalla corsia a destra, oggi il segnale giallo ti manda a sinistra e devi stare all’occhio perché la strada per arrivare alla tua meta è cambiata. Forse mutata del tutto, o solo in parte. Mi chiedo sempre se ci sia qualcuno che ha davvero in mano tempi e modalità del cantiere; perché chiudere l’arteria al traffico non si può ed è quindi tutto un fare e disfare: si prepara oggi una via di servizio sulla quale in seguito si scaverà, quando sarà necessario passare da un’altra parte. Regia, gioco di squadra, tante professionalità diverse all’opera per rinnovare e aggiornare, avendo pur sempre lo stesso obiettivo: farci arrivare a destinazione. Finire il lavoro è certamente l’obiettivo, ma ciò a cui si sta lavorando è un mezzo, uno strumento a servizio di qualcosa d’altro.

Ecco, se dovessi scegliere un’immagine per rappresentare il welfare di oggi, sceglierei proprio questa: il cantiere dell’autostrada. Un cantiere grande, complesso e multidimensionale, in cui ciascuno ha un compito che però non può non saldarsi e coordinarsi con quello degli altri.

Un cantiere un po’ kafkiano, talvolta, di cui nessuno vede la fine o i confini. Talmente grande che nessuno può dire di abbracciarlo davvero con lo sguardo.

Infinito, perché il lavoro, appunto, non è mai finito. Non siamo mai “a posto”. Con altre parole, ce lo ricordava Baumann in una recente intervista a “La Repubblica”: “Alla fine di una vita imperdonabilmente  lunga, l’unica definizione di buona società che ho trovato dice che una buona società è tale se crede di non essere abbastanza buona”.

In questo cantiere negli ultimi anni ho svolto compiti molto diversi, dall’operatore di comunità all’assessore ai servizi sociali, dal presidente di un’azienda speciale, al coordinatore di progetti di prevenzione nelle scuole. Istituzioni e privato sociale, programmazione e pratica quotidiana. Quasi sempre contemporaneamente, part-time, mettendo insieme punti di vista che di solito rimangono distinti e distanti.

Dall’alto di questa esperienza, dicono, si dovrebbe vedere meglio il futuro del welfare, capirci qualcosa di più. A me però non sembra così, proprio perché il cantiere è grande e le variabili (pensiamo solo a quelle territoriali) sono numerosissime. Diffido dei profeti, specie di quelli da terzo settore, che millantano nuove strade da battere, dando magari per scontato che il “welfare è morto”. Trovo che spesso si parli di un welfare che non c’è già più da molto tempo.

Welfare mix o welfare patchwork
Il welfare mix in moltissime realtà territoriali è infatti una realtà consolidata. Gli attori che determinano scelte e lavorano concretamente all’offerta di servizi di cura sono molti e diversificati: istituzioni e amministrazioni locali, certo, ma anche cooperazione sociale, volontariato, fondazioni bancarie e d’impresa, singoli cittadini da soli o organizzati. Aziende sanitarie ed aziende speciali, consorzi. Tutte realtà che incidono in misure diverse sull’assetto delle politiche di assistenza, promozione e prevenzione su un territorio. Ci mettono idee, progetti concreti, professionalità, risorse. Esperienza e  - quasi sempre - passione.

Quello che cambia a livello territoriale è il modo di combinarsi di questi diversi attori e ingredienti; insomma, quando diciamo welfare mix diciamo tutto e niente, perché la combinazione dei fattori è assolutamente originale e cambia nel tempo (un po’ come l’autostrada in cantiere…). Ci sono territori e fasi in cui a gestire il gioco, a pesare di più sono le amministrazioni comunali e fasi e settori in cui determinante risulta il ruolo degli enti gestori di un determinato servizio, in altri le fondazioni. Insomma, se mai esiste un manuale del perfetto welfare mix, sul terreno troviamo forme molto diversificate e variegate. E’ un po’ quello che succede all’interno di un’amministrazione comunale, di un Piano di zona o di un’azienda speciale: i ruoli distinti tra tecnici e “politici” sulla carta sono chiari. Poi abbiamo ambiti in cui i tecnici ricoprono tutti i ruoli in commedia e viceversa. Così è per il sistema più complessivo: la medesima cooperativa sociale in alcuni ambiti viene valorizzata come attore della programmazione, in altri viene vista solo come fornitrice di truppe ausiliarie buone per gestire servizi a minor costo.

Insomma, più che welfare mix, welfare patchwork. Ma il patchwork (letteralmente: lavoro con le pezze) oltre che una tecnica, può essere anche un’arte.

Un’esperienza di libertà
I sistemi di welfare locale in cui ho svolto un ruolo sono stati sempre dei sistemi tendenzialmente aperti; ambiti in cui un’organizzazione, pubblica o privata, può giocare il proprio ruolo. Non è sempre facile, naturalmente, né comodo. Ma il sistema di scambi messo in atto dalle leggi di settore prima e dai Piani di zona poi è stato efficace nel promuovere soggettività e protagonismo di chi aveva qualcosa da dire e da fare per costruire benessere sociale. Può apparire un dato scontato, ma a mio parere è uno dei significati più importanti dell’esperienza degli ultimi quindici anni. I tavoli  di negoziazione, programmazione e lavoro sono stati spesso delle idrovore di energie e tempo, ma altrettanto spesso hanno prodotto innovazione e senso.

Insomma, il welfare patchwork può essere – e per me lo è stato – una bella palestra di libertà e responsabilità civile, di cittadinanza attiva. Incontro un problema, costruisco un’ipotesi di risposta, la faccio circolare e la supporto, trovo le alleanze giuste e la pongo all’attenzione della comunità locale. Talvolta, nel terzo settore, tutto questo processo rischia di inaridirsi in un tecnicistico  e meccanicistico progettare-per-farsi-finanziare; in realtà, se si riesce ad esserne consapevoli fino in fondo, è uno dei modi in cui si incarna l’articolo 3 della Costituzione, una delle modalità per rendere concreta quella Repubblica che ha il “compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale  che impediscono il pieno sviluppo di ogni persona umana".

La Repubblica non è lo Stato. La Repubblica l’ho sentita concretamente quando ho messo attorno a un tavolo assistenti sociali, psicologi, Asl, Comuni e servizi per disabili per cercare un percorso condiviso per prendersi in carico  - finalmente insieme - una famiglia difficile e multiproblematica. La Repubblica l’ho respirata al Tavolo della salute mentale, quando persone dell’azienda ospedaliera, dei Comuni, dell’associazione di genitori e della cooperazione sociale hanno costruito insieme un progetto per contrastare lo stigma.

L’articolo tre lo sperimento quando, insieme ai miei colleghi educatori, seguo e sostengo quotidianamente il percorso comunitario di una persona dipendente da droghe.

Esercizi di libertà, di responsabilità sociale, di costruzione collettiva che spesso smettono di risplendere sotto la polvere e la fatica della quotidianità, dei rapporti rugginosi tra le persone e tra gli enti, della frustrazione per i risultati e la carenza di risorse.

Esercizi che sono però possibili solo all’interno di una rete complessa ed estesa di welfare locale.

Valutare, rielaborare, dare prospettiva
Solo dopo aver apprezzato, dato valore e significato a questa esperienza di libertà e partecipazione attiva, si può guardare ai suoi punti di debolezza. Ometto intenzionalmente tutti i riferimenti alle drastiche riduzioni delle risorse degli ultimi tre anni.  Li do per scontati, dando anche per assodato che senza un forte investimento pubblico non ci può essere welfare. No money, no welfare. No welfare, no society.

Qui vorrei invece evidenziare quelli che, secondo la mia esperienza, sono i limiti che i sistemi locali di welfare scontano anche nei cicli di risorse crescenti.

Il primo limite sta nelle fasi che dovrebbero precedere e seguire quelle della programmazione e della realizzazione degli interventi sociali: e cioè la lettura dei problemi e la valutazione. Su questi due versanti, fondamentali in un corretto circolo dell’attività sociale, c’è ancora molta strada da fare: quante volte capita che il servizio sociale segnali come diffusi dei problemi che, per quanto gravosi, sono pur sempre di nicchia? E quanti progetti vengono avviati perché l’organizzazione che li propone, o il suo capo fondatore, ha una reputazione e un “peso” a cui non si può resistere? Ma anche sul versante della valutazione dei cambiamenti (uso questo termine non a caso, evitando volutamente termini quali “risultati” e “obiettivi”) siamo molto al di sotto del livello qualitativo necessario per consentire una reale rielaborazione delle esperienze. Spesso la valutazione risulta un adempimento formale o una funzione di tendenza che però serve ancora poco per ripensare e riprogettare servizi e interventi. Spesso non si riesce a far diventare oggetto di riflessione comune nemmeno quel parente lontano che è il monitoraggio; leggendario l’accumulo di dati avvenuto tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo secolo per i progetti Legge 45 in Lombardia. Non un dato è stato restituito per consentire ai project leader di farsi un quadro complessivo del loro lavoro…

Insomma, un welfare mix maturo dovrebbe promuovere luoghi reali di rielaborazione: irrobustire la sua capacità di lettura dei problemi (vecchi e nuovi) e la possibilità di imparare dagli errori e dai successi che si accumulano via via.  Ciò sarebbe ancora più necessario in presenza di un calo delle risorse, ma naturalmente tale investimento non potrebbe essere messo in capo agli ambiti locali.

Il secondo limite che continuo a vedere nella mia esperienza di welfare mix è questo succedersi di progetti a termine. Start up senza prospettiva, circolo vizioso tra fondazioni e istituzioni, progetti finanziati a giro dalle fondazioni con l’obiettivo sempre rimandato di autosostenersi. Abbiamo una sperimentalità affermata a parole, ma praticata pochissimo, data la debolezza dei processi di valutazione (vedi sopra) e data la nera prospettiva di entrare nell’ordinarietà degli ambiti territoriali. Quante volte mi sono sentito dire, sia dalle amministrazioni locali che dalle fondazioni bancarie, che il finanziamento poteva esserci solo “a tempo” e che poi andavano trovate “altre” modalità di sostentamento? Dovrebbe essere ormai chiaro, invece, che ci sono temi e campi di lavoro per i quali non c’è alternativa al finanziamento pubblico (in parte o in toto), perché non c’è “domanda pagante”, ma solo problemi difficilmente declinabili in un mercato.

C’è poi un malinteso senso dell’innovazione. Infatti abbiamo di fronte bisogni e problemi “vecchi” che faticano a trovare posto nell’agenda dei decisori pubblici e privati (le politiche giovanili, il reinserimento, la prevenzione…) ma che continuano a rappresentare delle necessità evidenti delle nostre città. D’altra parte, invece, si finanziano e promuovono interventi light che fanno tendenza, che sanno di “nuovo” e che danno lustro all’amministratore di turno, fanno immagine. L’apertura dei sistemi locali, in questi casi, può rivelarsi più un limite che una risorsa.

Questioni di cultura politica
E’ qui che vale la pena accennare a un terza forte criticità dei sistemi locali di welfare: lo svaporare di una cultura politica in grado di alimentare, fare sintesi e dare maggior senso ai patchwork. D’accordo, non è scritto nel marmo che la regia dei sistemi locali debba essere svolta dagli amministratori locali. Eppure quel tradizionale punto di riferimento rimane importante. E invece la  maggioranza degli amministratori locali appare sempre meno in grado di giocare un ruolo proattivo, politico appunto. D’altra parte si paga anche qui (forse più che in altri campi) il mutamento dei partiti da incubatori di idee e cultura politica in contenitori di gruppi e gruppetti con logiche proprie, spesso in contrapposizione. Viene così a mancare quell’abc su cosa sia welfare, che significati abbia, che minime condizioni ambientali e tecniche ci debbano essere per sviluppare un sistema davvero integrato di servizi. Lo spezzatino della politica allarga ancora di più lo spazio d’iniziativa del terzo settore, ma ciò può presto rivelarsi un’illusione, perché senza confini, senza personalità e senza carattere, tutti i gatti diventano bigi. Rischia di valere tutto e di non valere più niente.

In questa ormai debole cultura politica rischia di rimanere come unico paradigma quello aziendale. E’ l’ultima rilevante criticità che vorrei sottolineare, quella che mi ha più messo in difficoltà negli anni in cui ho incrociato più assiduamente, da amministratore locale, le aziende sanitarie locali e quelle ospedaliere. C’è un primo limite – prettamente lombardo - che riguarda proprio il ruolo delle agenzie della salute sui territori locali: il fatto di svolgere un puro compito di “filiali” della Regione, le ha sterilizzate dal punto di vista della possibilità di metterci del proprio nel promuovere sviluppo locale. Questo irrigidirsi della logica verticale, tipica di un vecchio modo di concepire l’azienda, ha creato – a mio parere – un vuoto di creatività e connettività vera (non formale) col resto dei sistemi locali. Naturalmente ci sono spesso rapporti corretti, cordiali e fluidi tra le parti, ma questo non vuol dire che siano relazioni davvero vitali, in grado di pro-creare  integrazione socio-sanitaria.

C’è poi un secondo livello, più generale, che vede il prevalere del paradigma aziendale come principale modello di riferimento, con modalità talvolta opportune e tal altra inopportune. E’ una criticità che riguarda tutte le organizzazioni. Un “pensiero quasi unico” che stringe la complessa realtà sociale nelle categorie della “domanda” e dell’ ”offerta” di servizi.

Ma non tutto, pena il nostro inaridimento, può stare dentro questa logica dello scambio economico.

Non un cantiere così grande e complesso come quello che stiamo attraversando.

Oliviero Motta