Rubriche: Mind the gap
Reduce... dalla terra di nessuno
Parole sante, quelle di Aldo Bonomi. Sta parlando a una platea d’educatori e operatori sociali delle comunità d’accoglienza e li invita a guardarsi attorno e a “percepire le comunità di cura”. In sostanza dice che è necessario andare al di là dei ristretti giri degli addetti ai lavori dell’assistenza, per comprendere con lo sguardo tante altre figure professionali che, da punti diversi, producono – o possono produrre - cura: insegnanti, medici, ricercatori, psicologi, avvocati... Tante persone, attorno a noi, che costruiscono inclusione e non separatezza. E cita l’esempio della resistenza dei docenti all’idea delle classi separate per gli stranieri, e l’opposizione dei medici alle proposte che li volevano obbligare per legge a denunciare i clandestini. Due episodi che hanno evidenziato coloro che appartengono e costruiscono comunità di cura, contrapponendosi nei fatti a quelle che lui chiama le comunità del rancore: “anche chi vive immerso nella dimensione sicuritaria e sembra avere come unico orizzonte il proprio giardinetto costruisce spesso comunità; sono comunità del rancore, ma pur sempre comunità”.
E allora il punto per gli operatori sociali è percepirsi dentro le comunità di cura più allargate, diventarne attori consapevoli e attivi. Solo così si potrà contrastare “l’egemonia culturale e politica di chi organizza i natali bianchi”.
Parole sante. Anche quando stimola i presenti a riflettere su quanto le logiche del rancore e della separatezza abbiano preso spazio anche dentro e tra le organizzazioni non profit. E’ opportuno rifletterci.
Ma mentre mi appunto mentalmente questo invito, Bonomi – scorrendo i volti di chi lo ascolta – butta lì un “si vede dal look che qui siamo tutti un po’ reduci”. E fa seguire l’invito pressante a uscire dal reducismo e dalla nostalgia e ad entrare dentro le “passioni tristi del nostro tempo”.
Reduce da cosa? Ho pensato soprattutto alla mia generazione, quarantenni senza apparenti esperienze da cui essere reduci. Perché si è reduci da un’impresa difficile e rischiosa, da qualcosa che ti ha coinvolto, sconvolto, segnato. Da un tempo straordinario. “Guerra, esilio, prigionia”, esemplifica il vocabolario.
Arrivato alle superiori che ormai tirava vento di riflusso, finita l’università che s’intravedeva tangentopoli, approdato alle comunità d’accoglienza che la fase pionieristica era decisamente alle spalle, di fronte i problemi del consolidamento e della gestione quotidiana, o giù di lì.
Mi chiedo se la mia esperienza si possa estendere a quelli della mia età; a me pare di essere reduce, più che dal fronte, dalla terra di nessuno, fumante e disabitata dopo che le passioni calde sono passate e hanno fatto quello che dovevano fare, hanno combinato quello che dovevano combinare.
Si può avere nostalgia di ciò che altri hanno vissuto? Forse sì, però è tutt’altra cosa dall’essere reduci. E comunque non mi pare che oggi ci guidi la nostalgia.
Ma forse, alla fine di tutto, non avere esperienze radicali e coinvolgenti alle spalle - questo costante arrivare dopo - può essere anche una fortuna. Si possono avvertire le passioni tristi come il proprio destino, certo; oppure ci si può allenare a cercarlo di fonte a sé, quel tempo straordinario. Nel futuro.
28/02/2010 - Commenti (3) - Mind the gap, comunità, cura, rancore
Commenti
01/03/2010 16:50:32
Beh, sei riuscito a trovare motivi di speranza per quelli come noi, i fratelli di mezzo, di solito quelli che passano inosservati... I nostri fratelli maggiori, già: pareva avessero cucinato già tutto loro, tranne che poi ha vinto l'Autogrill... Siamo nati troppo tardi per partecipare al concorso "Mondo Nuovo", ma non così tardi da non aver visto con i nostri occhi gli effetti delle ubriacature ideologiche. Siamo nati anche troppo presto, però, per non sapere che non ci si può accontentare di quello che c'è. Sì, proprio bello il tuo intervento. Rivela qualcosa in comune: una specie di malinconia del futuro.
by Pierfilippo
07/03/2010 15:16:25
Due le cose che interrogano: dell'egemonia e del reducismo ex-post. Dell'una potremmo convenire che c'è bisogno non solo dell'agire comunità: da tempo Bonomi ce ne parla, anche quando il comitatismo milanese di fine secolo scorso appariva la nuova forma, esaltante e innovativa per lo studioso, della partecipazione e della risposta locale al muovere maturo del globale. Segnali intensi di razzismo, di feconda intolleranza verso tutto ciò che era diverso, nuova forma di neo-localismo razzista e piccolo borghese: anche gli operatori sociali più miti, non soli in questo, leggevano invece non già i preludi di una inedita partecipazione locale, garante delle tenuta della pluralità delle esperienze culturali e delle multilingue che invadevano i nostri territori, quanto semmai una nuova faccia dell'antica organizzazione dell'intolleranza, agita per via del nuovo spazio del conflitto, appunto il territorio, volta alla modernizzazione del fare esclusione: un leghismo di quartiere, ..ciò che sarebbero diventate poi le squadracce padane e non solo. C'è quindi bisogno, accanto alle ipotesi, anche di un rinascimento del pensiero solidale, fosse anche della comunità, comunque della cooperazione, dell'ambiente, del contenimento dei consumi, delle nuove forme di egualitarismo moderno. Mi pare ci occorra - almeno io ne ho bisogno - non solo di nuove pratiche o di maestri che indichino ciò che ci manca per essere all'altezza, ciò che dovremmo fare per promuovere meglio del meglio del bene comune, ciò che limita il nostro agire: credo occorrano nuovi pensieri, nuovi "intellettuali organici" che facciano della condizione dell'oggi il terreno dell'analisi e della prospettiva possibile nel ricamo difficile della molteplicità dei nuovi pensieri e della frammentazione in cui noi tutti oggi ci troviamo. Grazie ai mille sociologi che ci scrutano, ci analizzano, ci leggono e ri-trovano anche un soggetto di cui scrivere e parlare...che alla fine noi siamo le terre di mezzo, le comunità dell'integrazione e della cura,...il bene assoluto! Qualche anno fa lo erano i distretti industriali da cui occorreva mutuare modelli e culture; poi trionfava la moltitudine, per cui la soggettività veniva a meno e cessava lo spazio della critica e del particolare (la cura?). Oggi il terzo settore: stesso miele. anche se non si sviluppa sino in fondo quello che forse ci servirebbe, oltre al miele o alle lavate di capo: uno straccio di teoria economica che ri-parta anche dalla nostra assurda idea di non sfruttare nessuno, neppure i deboli dei deboli (neppure gli anarchici dell'800 riuscirono a fare tanto!!). Personalmente ho bisogno di più politica e di più pensiero economico per poter guardare oltre le "nostre" comunità: se no che ci guardo a fare? a quali alleanza devo piegarmi se non elaboro una mia ipotesi forte di società e di economia che rischi pure di diventare egemone? Anch'io in parte soffro (ho sofferto) della strana nostalgia del passato che non ho vissuto: delle barricate degli altri. Ne ho solo vissuto una coda, anche non bellissima visto che era accerchiata da p38 da un lato e da riflusso che si piegava lentamente ma inesorabilente alla televisione commerciale che stava decollando dall'altra. Il guado in mezzo però ha portato molto più in là: senza grandi coerenze collettive,(senza forse neppure pretendere la disciplina dei mille gruppi dell'era precedente in cui la regola era o con me o..nemico giurato) ispirate da pensieri molto alti, il guado ha permesso di costruire molte esperienze: che forse hanno radici profonde, nutrite dalla Resistenza antifascista dei nonnni, dal '68 e '69 dei padri e madri, dalla rivolta del '77 dei fratelli maggiori. Che pur non avendo vissuto, grazie a Dio abbiamo ereditato (cosa di cui non sono sicuro per le generazioni future. 'Sto terzo settore, al di là di una risposta ad uno stato che arretra nelle politiche sociali, che cosa è stato se non un grande laboratorio di esperienza economica e politica, sociale e cultur
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28/02/2010 14:33:57
interessante messaggio, quello che verrà è nelle vs e ns mani. il discorso di bonomi si può allargare a quasi tutte le comunità. questo uno dei grandi temi, su cui c'è da agire culturalmnte nelel pratica, la separazione dei mondi sociali non permette la progettazione di grandi strategie, e facilita solo la degenerazione dei sistemi. l'auterefenzialità appartiene a tutti i mondi. ognuno guardi il suo..e faccia l'esame di coscienza... da lì l'origine di tanti mali
by simone