Images5wamgkmgAnche questa mattina è al suo posto, sulle panchine nella grande hall del supermercato. Di solito scruta tutti i clienti in arrivo, con lo sguardo indolente di una guardia giurata; ma la scorsa notte la pioggia deve aver fatto troppo rumore. E allora adesso dorme, sereno, con la testa reclinata sulla mano destra. Come se fosse a casa propria.

E in effetti è un po’ la sua casa, questo superstore: Sergio infatti passa qui quasi tutta la sua giornata, il primo a entrare e l’ultimo ad andarsene. Impossibile non notarlo.

La vita di Sergio ha un sapore cinematografico e sfuma nella leggenda: pare che fino a una quindicina di anni fa avesse un lavoro da caposquadra in una ditta che produce gomma da masticare, aveva anche una fidanzata e un futuro. Poi, qualche giorno prima delle nozze, fu lasciato e da quel momento decise che non valeva più la pena averlo, un futuro. Lasciò infatti il lavoro e la casa in cui aveva vissuto e cominciò ad errare in bicicletta per tutto il territorio circostante, in un raggio di una manciata di chilometri.

Gli anni successivi devono essere stati davvero tosti; lo si vedeva spesso, sporco e puzzolente, con la bici che era diventata mezzo di trasporto e abitazione. Dormiva qua e là, dove capitava, magari tramortito dall’alcol lungo e disteso in mezzo a un parcheggio. So per certo che per un lungo periodo servizi sociali ed educatori di strada sono stati sulle sue tracce, facendogli proposte di accompagnamento e sostegno, per cercare di trovare un percorso di uscita dalla marginalità. Ma ogni tentativo è andato a vuoto. Sergio, infatti, ha sempre accettato di buon grado i piccoli aiuti dei concittadini e degli amici di un tempo, ma mai quelli “istituzionali”. La pizza offerta qua e là, ma non la “mensa dei poveri”; una sosta per lavarsi alla fontanella, ma non la doccia presso un ente di carità.

Una vita da border line, sempre ai margini, sempre un passo più in là di quella che chiamiamo vita civile, ma un centimetro prima del tracollo definitivo.

Poi, a un tratto, questa singolare stabilizzazione. Una casetta auto costruita al riparo di alcuni alberi, nel cuneo verde che separa la tangenziale dalla statale: prima legno e cartoni, oggi lamiera e pannelli. E il piccolo centro commerciale a offrire ogni giorno il caldo e il freddo, secondo le stagioni, e naturalmente il vitto per tirare avanti.

Chiedo a Rosa, che lavora in cassa centrale, come stia andando questa strana convivenza. Mi spiega che ormai Sergio è diventato a tutti gli effetti il cliente numero uno, il più fedele senza possedere una fidaty card. Mai creato un problema, mai rubato nulla. Gli basta farsi volere bene da quelli che vengono a fare la spesa e che gli lasciano qualcosa: qualche volta un euro, quasi sempre qualcosa da mangiare o da bere. Capita anche che faccia delle ordinazioni dettagliate ad alcuni clienti con cui è entrato in confidenza; ma, in loro assenza, fa il giro negli scaffali, sceglie i prodotti, paga regolarmente, e si risiede. Un dettaglio fondamentale: da quando “vive” qui, non ha mai acquistato alcol.

“Qualche cliente naturalmente si lamenta – mi dice Rosa – ma cosa vuoi, è pur sempre un luogo pubblico, mica possiamo impedire che stia lì sulle panchine”.

E così Sergio ha trovato il suo “Terminal”, sempre in equilibrio precario sul filo della frontiera, quella che separa coloro che, tutto sommato, pensano di avere un futuro da quelli che non hanno più saputo che farsene. Quelli che si agitano tutto il giorno, da quelli che stanno fermi in panchina, a guardare il mondo che corre.