FacebookMi piace utilizzare i social network per seguire, da lontano, il cammino di molte persone che ho conosciuto come “utenti” della comunità terapeutica. E’ bello vedere quanto siano ormai distanti dagli individui che erano un tempo, oppressi da alcol e/o tossico-dipendenze; tornano fuori interessi personali, passioni, impegni professionali. Fioriscono nuove amicizie e nuovi amori. Facebook, da questo punto di vista, è micidiale: basta una foto con il nuovo compagno (o compagna) di vita e ti ritrovi a pensare a quanto lungo e difficile sia stato il lavorio che ciascuno ha dovuto fare su di sé. Nel giro di pochi secondi puoi rivederti davanti agli occhi il “film” girato in comunità: gli alti e i bassi, le resistenze, i traguardi, le relazioni profonde che la coabitazione – e la condivisione – riescono a generare.

Naturalmente i social non riflettono solo i nostri aspetti migliori, spesso danno la stura anche a parti di noi più superficiali, più grette e meno nobili. E’ vero per ciascuno di noi ed è così anche per chi ha fatto un percorso riabilitativo.

C’è però un punto interrogativo che mi segue da tanto tempo e che non ha ancora soluzione; nasce dalla sorpresa, probabilmente ingenua, di quanto anche le persone che hanno fatto esperienza di comunità possano basarsi su pregiudizi e stereotipi per crocifiggere determinate categorie di persone. Sappiamo quanto i social network ribolliscano di intolleranza, razzismo, violenza verbale verso le minoranze. Ecco, talvolta alcuni nostri ex “utenti” si mettono in prima fila nello scagliare la prima pietra, contro i rom, gli stranieri, i musulmani di turno. Un tiro al bersaglio greve, infarcito di tutti i più diffusi e banali pregiudizi.

Questo aspetto mi sorprende ancora e  un po’ continua a ferirmi.

Penso infatti a quanto lavoro sia stato fatto dagli educatori in comunità per contrastare e vincere gli stereotipi e i pregiudizi che si sprecano, ancora oggi, nei confronti di chi soffre di una dipendenza. In fondo tutta la relazione educativa si basa su questo: vederti e trattarti come una persona, a prescindere dalla tua storia precedente, dai tuoi errori, dai casini che puoi aver commesso fino a pochi giorni prima di entrare in comunità. Lascia tutto fuori, qui puoi ricominciare, puoi riscattarti dall’etichetta che il mondo ti ha affibbiato finora. Per non parlare di quanta fatica si faccia a trovare opportunità di ricollocazione sociale e lavorativa dopo il percorso comunitario: una dura lotta contro i pregiudizi di chi vede negli ex dipendenti solo delle persone da tenere alla larga dalla propria impresa o officina.

Insomma, mi aspetto che chi ha vissuto sulla propria pelle tutto questo, e l’abbia superato anche grazie allo sguardo non giudicante degli operatori sociali, sappia spendere un minuto per riflettere, prima di accodarsi alla furiosa ricerca del capro espiatorio di comodo. Non che si debba diventare per forza dei militanti dei diritti universali, ma che almeno non si alimenti la parte più incattivita della società.

Detto questo, mi rendo conto che spesso si tratta anche di una difesa o di un’aggressività che viene da molto lontano e che anch’essa va capita e compresa nella giusta prospettiva.

I vissuti personali scavano canali carsici che sono difficili da decifrare. E da giudicare.

E così continuo a guardare, da lontano, le bacheche facebook dei miei amici di comunità. Lieto e soddisfatto per i nuovi traguardi; in attesa che alcuni, ancora attardati, riscoprano il significato e il gusto di posare la pietra a terra.