Magenta ProfughiIl giorno dopo, ripensandoci a mente fredda, mi saltano in testa un sacco di domande. Ma la più insistente riguarda il professor Ambrosini: ma quanto ci si deve sentire frustrati a ripetere questa conferenza a destra e a manca, toccando con mano - ogni volta - quanto siamo manipolati? Già, perché ieri il prof, che insegna sociologia dei processi migratori all’università, ha cercato di passare sinteticamente in rassegna i luoghi comuni sull’immigrazione, mettendoli a confronto con le evidenze statistiche. Ha utilizzato la leggerezza che gli è abituale, ripetendo ad ogni slide un mantra del tipo “al bar sport credono che…, ma i fatti reali sono questi”.

Il quadro emerso é nitido: al bar sport credono che l’immigrazione in Italia sia in aumento drammatico, che abbia nella richiesta d’asilo il motore principale, che gli immigrati vengano principalmente da Africa e Medio oriente e che siano in maggioranza maschi e musulmani; le evidenze statistiche dicono invece che i numeri sono stazionari, che l’asilo resta una questione marginale e che l’immigrazione in Italia rimane saldamente una faccenda europea, femminile e cristiana. E poi che l’emigrazione è certamente frutto delle diseguaglianze mondiali, ma che non è direttamente una conseguenza della povertà, anzi: che in buona parte è in fondo una strategia estrema di difesa di uno stile di vita da classe media. Che è la speranza, e non la disperazione, il motore del viaggio; che la maggior parte di quelli che rimangono in Italia da irregolari entra nel nostro paese non per via mare, ma con un normale visto turistico. E che, se guardiamo alla questione della protezione internazionale, la fetta più grande dei rifugiati è ospitata da Paesi del cosiddetto terzo mondo, tutt’altro che in cima alla classifica della ricchezza mondiale.

Ieri ad ascoltare non c’era proprio una platea che potresti ritrovare tal quale al bar centrale, anzi: un centinaio e passa di volontari sui fronti della povertà e dell’immigrazione. Gente semplice, certo, ma molto motivata, che si fa il mazzo ad ascoltare problemi, accogliere persone, cercare di dare una mano concreta alla gente che nella vita fa più fatica. Eppure, anche per questa platea tutta particolare i numeri snocciolati durante l’intervento sono stati come un disvelamento, come il brusco ritorno alla consapevolezza dopo un periodo di ipnosi. In realtà i dati, presi a uno a uno, non sono stati una scoperta assoluta, la gran parte dei presenti li aveva probabilmente in memoria; ma il quadro di sintesi che emergeva ha fatto a pugni con i tanti dubbi e le ansie che comunque circolano insidiosi anche tra i volontari. Le immagini ripetute dei drammi delle fughe via mare o via terra e le parole chiave dei media – collasso, emergenza, invasione, islamismo, guerra – fanno sì che anche la nostra coscienza fatichi a tenere davanti agli occhi i dati di realtà, quelli veri.

Anche gli operatori e i volontari più motivati sono immersi in quest’aria che non si può fare a meno di respirare; e allora, se rimane determinata la volontà di dar vita a iniziative umanitarie e di solidarietà, in una parte recondita di sé si comincia a dubitare che la propria azione individuale o di piccolo gruppo sia collocata dalla parte “giusta” della storia e ci si sente deboli di fronte alle obiezioni - apparentemente dettate dal buon senso –  di chi al bar sport, realmente o metaforicamente, ci trascorre le giornate.

A meno che si ripassi continuamente la lezione del professore. Sempre ben disposto – nonostante tutto – a risvegliarci dall’ipnosi.