CasadolcecasaPiù della metà delle famiglie nell’area metropolitana milanese è composta da single. Naturalmente dentro questa categoria c’è un po’ di tutto: l’anziano solo, l’uomo o la donna separati, gli eterni fidanzati che “ciascuno a casa propria, che si sta meglio”.  Dorina e Raffaele appartenevano a questa maggioranza, fino a poco tempo fa. Ormai decisamente più che trentenni, me li immagino condurre una vita tranquilla: ciascuno con la propria casetta, il mutuo da rimborsare, un lavoro che dà da vivere, una buona rete di rapporti sociali sviluppata nei piccoli centri della bassa. Due vite come tante altre, che a un certo punto si incontrano e si uniscono: le prime frequentazioni, poi un legame più impegnativo, fino a maturare la decisione di andare ad abitare insieme. Mi immagino anche le dinamiche del grande interrogativo, “andiamo a vivere da me o da te?”, sciolto da qualche variabile molto concreta che avrà inciso più di altre: la distanza dai luoghi di lavoro, ad esempio, o i genitori a portata di mano, o la superficie calpestabile dell’appartamento.

Conosco Dorina da neanche mezz’ora e non ho mai visto la faccia di Raffaele, eppure la mia fantasia corre indietro nel tempo, ad immaginare il loro percorso di vita e le motivazioni che ci hanno portato qui, a visitare la casa di Dorina. Si tratta di un monolocale posto in un contesto rurale, piccolo ma molto accogliente; è attrezzato di tutto punto, proprio perché lei ci ha vissuto fino a un paio d’anni fa. E ora ha deciso, d’intesa con Raffaele e il resto della propria famiglia, di renderlo disponibile perché vengano ospitati dei rifugiati, nell’ambito dell’accoglienza diffusa promossa dalla Diocesi di Milano.

Forse quello che ha dato il via alla stramba girandola dei miei pensieri è la frase che mi ha detto poco fa e che mi ribadisce: “io sono atea”.

Non è la prima volta che incontro persone non credenti o almeno non praticanti che decidono di mettere a disposizione dei richiedenti asilo l’abitazione che al momento non utilizzano. In questo caso mi colpiscono molto la nettezza dell’affermazione – “sono atea” – e la passione con la quale mi illustra i dettagli della casa, l’entusiasmo con il quale si incarica di dare una imbiancata al monolocale, di sostituire la cucina a gas con una a induzione, di cercare tra i propri amici o parenti un frigo nuovo che sostituisca quello attualmente disponibile, un po’ troppo vissuto.

Respiro grande disponibilità, relazioni sane e diffuse, intravvedo vera comunità.

Da qualche minuto ho quasi l’esigenza fisica di domandarle da dove venga questa grande generosità, perchè mai una non credente così assertiva decida di mettere a disposizione della Chiesa locale la sua casa.

Forse mi legge nel pensiero, o forse no. Mi spiega, senza apparente motivo, che da qualche tempo lei e il suo compagno di vita non possono più sopportare quelle immagini alla tv, in modo particolare le scene di donne e bambini reduci dall’attraversata sui barconi di fortuna. “Soprattutto dopo che abbiamo letto il libro di Fabio Geda (“Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari”), non riusciamo a non pensare di fare qualcosa di concreto per questa povera gente”.

Ed ecco allora la decisione di mettere a disposizione la casa. Un gesto importante per una coppia, simbolico, perché sancisce la chiusura di ogni comoda “via di fuga”; ma un gesto ancora più significativo, se si considerano la diffidenza e la paura che paralizzano una buona parte di noi quando si tratta di immigrati.

Dorina e Raffaele non sono più in maggioranza, e non solo perché non sono più single.