EvergreenCi sono cose che sembrano appartenere al passato; strumenti che paiono antichi arnesi che nessuno si fila più. E quindi può capitare, di fronte ai massimi sistemi del welfare, di non pensare più ai cari, vecchi doposcuola. Eppure -  si sa - a volte ritornano. O, per esser più precisi, non se ne sono mai andati.

Siamo infatti qui a parlarne, in questo seminario che intende riflettere sulle relazioni tra i progetti di sostegno scolastico e le amministrazioni comunali. A confronto l’esperienza di tre città lombarde che hanno in vita delle convenzioni tra le municipalità e i doposcuola messi in cantiere da anni da parrocchie e volontari.

C’è anche Rho, con il suo progetto Albatros, in grado di collegare in un unico contesto educativo i volontari parrocchiali, le scuole, il Comune, la cooperativa Intrecci, le famiglie, i servizi sociali.

Siamo qui a confrontarci, perché volenti o nolenti gli interventi di sostegno scolastico continuano a giocare un ruolo - talvolta piccolo e poco riconosciuto, in altri casi davvero importante - nella vita dei ragazzi che hanno qualche difficoltà sociale da affrontare. Si parte dai problemi di natura didattica, com’è ovvio che sia, ma nei doposcuola finisce sempre un’ampia gamma di problematiche e di sfide educative: il progresso linguistico dei ragazzi stranieri, le difficoltà relazionali, la solitudine, i disturbi specifici dell’apprendimento, gli articolati problemi familiari.

In questi anni  ho toccato con mano cosa significhi inserire i doposcuola in una rete più complessiva d’interventi dedicati ai preadolescenti: gli sportelli d’ascolto a scuola, i percorsi pomeridiani di tutoring educativo, la facilitazione linguistica, l’affiancamento dei docenti nella definizione dei nuovi Bisogni educativi speciali, i rapporti costanti e intenzionali con i servizi sociali dedicati ai minori. Si costruisce così una fitta maglia di attenzione, protezione e cura nei confronti dei preadolescenti di una città. Viene da dire che nessun problema è in grado di sfuggire a questa maglia, anche se dobbiamo stare molto attenti al rischio del delirio d’onnipotenza e allo scarto che sempre esiste tra intercettare un bisogno e riuscire a rispondervi in modo adeguato.

D’altra parte, senza questo cantiere perenne, questo formicaio sempre attivo attorno ai ragazzi, dovremmo tutti aspettare per forza il botto, la notizia in cronaca o l’intervento delle forze dell’ordine per scoprire situazioni familiari ormai incancrenite nei problemi. Invece così siamo in grado di innescare, in più di un’occasione, quei buoni legami tra docenti e volontari, tra educatori e facilitatori, tra amministratori e cooperatori che possono offrire risposte parziali ma puntuali a problemi emergenti.

Mi capita di richiamare le coordinatrici dei vari progetti all’essenzialità, a un corretto rapporto tra risorse e obiettivi; talvolta guardo con perplessità a questo continuo scambio di informazioni dettagliate, al tempo trascorso confrontandosi sulle minute biografie familiari e dei ragazzi.

Ma mi succede anche di vedere dentro questa rete a maglie strette il volto reale della comunità; perché non esiste, in astratto, una comunità territoriale che si prenda cura dei suoi ragazzi. Esistono persone in carne e ossa che, qualche pomeriggio la settimana o tutti i santi giorni, tengono gli occhi bene aperti e sono connessi con altri uomini e donne come loro.

In un’aula scolastica, in un centro d’aggregazione, o nel buon vecchio doposcuola.