ClownLa prima notizia, mentre stiamo cenando, me la porge mia figlia, con il candore e i timori che segnano i suoi tredici anni: “oh papà, c’è in giro un furgone bianco con a bordo degli stranieri che si travestono da clown o da preti e rapiscono le bambine fuori dalle scuole”. Di fronte alle mie perplessità e al primo abbozzo di ironia, mi riferisce il nome dell’amica che le ha passato l’informazione, evidentemente un’autorità in materia. Alla fine scherziamo insieme e ragioniamo sul fatto che forse vestirsi da clown o da preti non è proprio il massimo se non si vuole attirare l’attenzione e si mira a rapire qualcuno. L’episodio si chiude lì, uno dei tanti della nostra quotidianità familiare. 

Ma il giorno dopo la notizia ritorna come un boomerang su whatsapp; è il gruppo dei genitori della squadra di pallavolo che veicola il seguente messaggio: “Avviso a tutte le mamme: sta girando un furgone bianco con a bordo un gruppo di uomini bulgari travestiti da preti o da clown che si appostano davanti a scuole ed asili. Attirano i nostri bambini e li rapiscono non si sa a quale scopo. State attente e soprattutto fate girare questa notizia. Ne hanno rapiti due nei pressi di Rho e altro due a Lainate. Usiamo whatsapp per qualcosa di utile e non solo per divertirci. Grazie a tutti”.

Va beh – mi dico - passino le ragazzine delle medie, ma se anche gli adulti si mettono a far girare ‘ste robe, stiamo freschi. Ho la tentazione di rispondere in maniera secca e pesante, ma contando fino a dieci – e in contemporanea con il comparire dei primi emoticons allarmati - riesco a rispondere con un civilissimo “sicuri di non alimentare una bufala?”. Il mittente  allora controlla su google e ovviamente non trova riscontri, la notizia pare sgonfiarsi.

In realtà, proprio in quei minuti si sta propagando un’ondata di allarme fatta di telefonate alle redazioni dei giornali locali e ai Comuni, di interpelli a carabinieri e polizia; una preside arriva a far scrivere un avviso sui diari dei propri alunni. La sera mia moglie mi racconta che a Milano una sua collega le ha caldamente raccomandato, preoccupata, di fare particolare attenzione a nostra figlia, “perché nella tua zona rapiscono soprattutto le ragazze dai 14 ai 16 anni”. Potenza delle leggende metropolitane che, facendo leva sulle paure più profonde della gente, riescono a sopravvivere alle loro stesse contraddizioni: “ma secondo te una ragazza di 15 anni viene attirata da un clown?! Davanti alla scuola?”.

Saranno proprio le forze dell’ordine a dare il definitivo stop a questo tourbillon, il giorno seguente, dalle pagine del settimanale locale, con un’intervista esclusiva.

Alla fine con amici e colleghi si scherza sulla capacità di diffondersi che ha questo tipo di messaggio e ci si pone l’inevitabile domanda su chi possa essere lo sfaccendato che si inventa questo genere  di storie; perdiamo un po’ di tempo a immaginarci la faccia, la professione, l’età. Ridiamo anche della credulità delle persone, ma rimane di fondo una nota amara. Perché, lo sappiamo, è proprio con questo tipo di comunicazione che si alimentano gli stereotipi e i pregiudizi verso gli stranieri: nonostante i tristissimi fatti di cronaca che costellano le nostre giornate, la maggioranza tra noi è comunque disponibile a credere che la minaccia principale per i nostri figli provenga da persone sconosciute e straniere. Da bulgari travestiti da preti.

Ah, se la comunicazione delle nostre attività di coesione sociale e di solidarietà avesse la stessa capacità di diffusione e di pervasività! Se riuscisse a mobilitare così prontamente le emozioni e le energie delle persone…

Sarebbe probabilmente un altro mondo; una penisola che non c’è, sulla quale la paura cede il passo alle risorse migliori che abbiamo dentro di noi.