Itaca2Ci sono momenti in cui, all’improvviso, comprendi la fortuna e ringrazi il cielo. Un lampo di lucidità, appena chiuso il cancelletto alle tue spalle, per comprendere quanto sei fortunato per il fatto che i sogni coltivati da giovane non si siano avverati. Per lo meno non del tutto. Volevo fare il giornalista, e naturalmente, desideravo una redazione come si deve, un pubblico come dio comanda. Ma oggi, anche alla luce dei racconti di chi è dentro le stanze dei bottoni della comunicazione, capisco che una cosa così non l’avrei potuta fare. Sedersi per un paio d’orette con una equipe educativa e cercare di capire cos’hanno imparato e vissuto negli ultimi due mesi in compagnia di un gruppo di adolescenti stranieri; a chi importa, giornalisticamente parlando? Non c’è fatto di cronaca, non ci sono avversari da mettere nel mirino, e allora perché occuparsene? Negli ultimi tempi i giornali locali della mia zona si sono ritirati da tutto quello che è sociale, perché devono fare economia e puntare solo su ciò che fa vendere.

E io invece sono stato qui, a Casa Itaca.

 

Per la burocrazia sono “minori stranieri non accompagnati”, sono partiti dall’Egitto, dall’Albania e dal Bangladesh per ritrovarsi, in dodici, in questa casa di pronta accoglienza. Quando si dice il destino scritto nei nomi! E il loro viaggio è stato davvero un’odissea, mettendo la vita costantemente a rischio per inseguire un sogno, o un miraggio. A Itaca  hanno trovato un approdo provvisorio – un progetto di appena tre mesi – e l’accoglienza di sei educatori che hanno cercato di costruire, come dice Angelo, “un ambiente accogliente, buono, sano, educato”. E con Angelo anche Danilo – che coordina l’equipe – Francesca, Olga, Andrea ed Enzo. Sono qui dal 1 ottobre e i primi due mesi sono stati vissuti di corsa, cercando di provvedere ai bisogni elementari dei ragazzi: vitto e alloggio, ma anche salute, documenti, lingua italiana e qualche esperienza di socializzazione.

E’ stata una fatica, per gli educatori, ma è ormai quasi un destino, anche questo: muoversi in fretta per rispondere alle emergenze dell’ente pubblico, costituire una nuova equipe, pronti via. I tempi contratti della partenza e l’incertezza del futuro sono gli elementi che rendono ancora più vicini gli educatori agli ospiti. Ciascuno nel proprio ruolo, ben inteso, e non sempre è facile: accogliere le lacrime per la nostalgia di mamma e papà, contenere la sana aggressività d’adolescenti, i braccio di ferro per far capire che “le pulizie non sono cosa da donne” e, soprattutto, cercare di spiegare che la distanza tra il sogno dell’Italia ricca e prospera e la realtà attuale è tutt’altro che breve.

Perché il sogno è per tutti i ragazzi più o meno uguale: partire per lasciarsi alle spalle una situazione assai depressa dal punto di vista economico, arrivare in Italia per lavorare e fare soldi, ritornare a casa. Questi i punti fermi, tutto il resto è immerso nell’indeterminatezza e nella inconsapevolezza che si possono avere quando si è giovanissimi. Fanno tenerezza i racconti di Francesca attorno alle osservazioni ingenue dei ragazzi sulla “ricchezza” degli educatori: vivi in un Paese ricco, lavori a tempo pieno, e quindi come mai non possiedi il modello più cool di cellulare e una macchina in grazia di Dio?

Non che siano ragazzi “cattivi”, tutt’altro. Tutti gli educatori confessano apertamente di considerarsi fortunati: infatti è un gruppo tranquillo, positivo, senza teste calde. Fanno riflettere gli episodi che rimarranno per sempre nel cuore degli operatori, soprattutto se li metti a confronto con i nostri adolescenti: i ragazzi che in Metrò si alzano per far sedere due donne anziane, la visita al centro diurno “Stella Polare” dove si fanno sbaciucchiare e ballano con un gruppetto di ultra-ottantenni, lo sguardo rispettoso verso chi ha più anni di loro. Ma al contempo gli educatori possono toccare con mano la tenacia della loro speranza, della loro immaginazione – i motori che li hanno spinti fin qui – e la loro grande apertura al futuro. Tutte cose che fanno a pugni con il nostro refrain di crisi e lamentela, di rinuncia e pessimismo.

Alla luce di tutto questo, si può comprendere meglio la preoccupazione degli operatori in merito al futuro di questi ragazzi, la paura che il cozzo tra la loro linfa interiore e la fredda realtà italiana si riveli più violento di quanto si pensi. Ma intanto si lavora a costruire umanità e nuova cittadinanza, come una scommessa al buio: lavorare come se tutto potesse continuare così, come se ci potesse mai essere una risposta positiva all’ennesima loro candida domanda: “Possiamo rimanere a Casa Itaca?”.

Mentre l’emergenza detta le regole del gioco e batte nervosamente il tempo, si lavora con tutti quei pezzi della città che non si sottraggono alle loro responsabilità educative e si mettono in gioco: volontari, oratori, servizi sanitari, servizi sociali, scuole. Piccole alleanze contratte nel tempo che costruiscono un volto diverso dell’Italia sognata o vista attraverso la rete globale  da un villaggio del Bangladesh.

Fioriscono così i segni della cittadinanza che vorremmo; piccoli segnali che solo gli educatori possono riferirci: il ragazzo egiziano che indossa con naturalezza e rispetto il tradizionale pigiama bengalese, o l’albanese che chiama gli altri “bai”, che in lingua bengalese significa fratelli.

Piccoli semi che germogliano anche grazie al lavoro quotidiano: a quell’attività incessante di comprensione reciproca - a partire, ovviamente, dalla lingua - che passa attraverso le pulizie di casa, il cucinare, fare la spesa insieme.

Dopo i marosi del viaggio, anche Ulisse sarà tornato docile a questa quotidianità che fa cittadini di Itaca e del mondo?

Domenica gita al Museo di storia naturale. E poi? Poi si vedrà. Con tanta fiducia e quel po’ di coraggio.