Disabili2Conoscevo tutti tranne lui; gli altri li avevo già incontrati a fine luglio, nella nostra ultima riunione prima delle vacanze: per lo più fratelli e sorelle degli ospiti della comunità per persone con disabilità. Un bel gruppo, con la voglia di darsi da fare per i “ragazzi”, di sostenere quella che è ormai da molti anni la “casa” dei loro cari. Anche lui si rivelerà nel giro di una mezz’oretta una di quelle persone che se la cacciano sul serio per gli altri; uno che non si è trovato qui per legami familiari, ma che ha scelto di prestarsi come amministratore di sostegno di una persona fragile – appunto uno degli ospiti della comunità – con la passione e la competenza che sono necessari: poca voglia di farsi prendere in giro, conoscenza puntuale delle leggi e della giurisprudenza, fortezza e pacatezza. Una persona lucida, ben piantata nella realtà dei bisogni semplici e quotidiani del suo “amministrato”.

Ma alla prima occhiata mi è sembrato molto diverso: quella faccia un po’ scettica, lo sguardo fisso di fronte a sé mentre introduciamo l’incontro. Le borse sotto gli occhi e quei capelli brizzolati e spettinati che fanno tanto levataccia all’aurora. E pensieri vari per la testa.

E’ giusto sulla traiettoria tra me e chi sta parlando e non posso non notare i suoi movimenti: si gratta ogni tanto la fronte e mi appare distratto. Annoiato. Preoccupato.

Come spesso mi accade, anche questa volta le mie prime impressioni non comprendono granché, e io, andando dietro a quel travaglio che mi è sembrato di riconoscere, mi perdo. Mi pare, infatti, che in quelle occhiaia e in quell’espressione si possano leggere tutti i problemi, le fatiche, le aspettative andate a vuoto, dei familiari qui presenti e di quelli che non ci sono più. Mi sembra di veder sublimare nella stanza l’amarezza e il lavorio interiore che la nascita di una persona gravemente disabile spesso provoca nel profondo dei genitori; l’amore e l’affetto, certo, ma anche l’ambivalenza, la fatica dello sguardo degli altri.

Mentre Daniela fa gli onori di casa, io seguo questo filo interiore e arrivo a vedere con chiarezza quale patrimonio e capitale sociale sia “Casa Simona”, la comunità sociosanitaria di cui oggi siamo ospiti. Vedo lampante l’intuizione originale di chi ha fondato questa struttura: pensare al “dopo di noi”, certo; ma anche costruire un luogo “pubblico” in cui le persone con disabilità siano più risorsa che problema. La casa e gli affetti sono fondamentali, lo sappiamo, ma spesso diventano recinti asfittici in cui progressivamente scemano le energie per affrontare i problemi quotidiani. Oggi i “ragazzi” che abitano qui – in realtà dieci persone ormai abbondantemente adulte –  generano beni sociali per tutti quelli che li incontrano. Producono per gli altri – ma sì, producono –beni immateriali quali riconoscimento, tempo dedicato, senso, soddisfazione, socialità.

Le persone che li incontrano crescono, come persone e come cittadini. Si misurano con problemi concreti, ridimensionano i propri, vengono riconosciute come importanti, passano del tempo denso di significato, si sentono inevitabilmente utili. Non sto parlando dei disabili, sto parlando di chi li incontra, anche se di primo acchito potremmo pensare il contrario. Ma basterebbe parlare con i volontari e gli operatori che li seguono, per rendersene conto.

Da problema in casa a risorsa per la comunità.

Certe volte, seguendo lo sguardo (apparentemente) dolente di un altro, si vedono cose  illuminanti.